LA PISCINA

La pelle cominciava a bruciarsi. Il sole si spalmava sul corpo con la sensualità del corpo di una donna.

Gli occhi di Andrea si socchiudevano al ritmo del battere di un picchio, nascosto in chissà quale anfratto del verde circostante.

Vicino a lui Valentina, la sua figlia più grande, si dimenava sulla sdraio alla ricerca di una posizione comoda: lottava contro quel sedile in plastica troppo duro e l’asciugamano bagnato troppo morbido. Il telo le si incollava alle gambette da adolescente e le lasciava quella quadrettatura irritante stampata sulla pelle rossastra.

Andrea la sentiva muoversi, come fosse lontana chilometri, tanto l’afa si frapponeva tra lui e la figlia.

L’ombrellone sbuffava svogliato, con andatura lenta e continua. La torsione dei suoi fronzoli erano irregolare e fantasiosa. Questo balletto stimolava la mente scientifica di Andrea, in un folle tentativo di individuarne una legge fisica che ne regolasse i movimenti.

Valentina finalmente trovò una posizione comoda e cominciò a scrivere sul suo quadernino rosa Pink.

—Pà…

Il suono si propagò nell’aria e si perse nel cloro della piscina.

— Pà!

Qualcosa avvenne. Una lieve torsione del collo.

— Uhm… dimmi piccola.

— Cosa vuol dire che per un punto passano infinite rette?

Le catenine di Andrea tintinnarono come risposta a questa domanda assolutamente fuori luogo e fuori tempo. I due erano a bordo di una piscina di un resort turco, alle 10 di mattina.

Un tafano atterrò sull’acqua con spasimi di ali. attirando ciò che rimaneva della coscienza di Andrea.

— Tafano bastardo, crepa, sussurrò.

— Pà! Ti ho fatto una domanda. Cosa vuol dire che per un punto passano infinite rette?!

Andrea bofonchiò qualcosa e si abbassò i Rayban, che sfidarono i raggi di un’estate mai così calda. Si sentiva figo e misterioso dietro le lenti scure. D’altronde a 45 anni si è al culmine della maturità fisica e psichica. Questo pensava. E questo credeva.

Elaborata questa teoria esistenziale, crollò esausto, immergendo lo sguardo nel blu della piscina.

— Pà! Pà! Pààààà!

Il grido di Valentina sconvolse il creato.

Andrea aprì gli occhi e l’unica cosa che vide furono due occhi inferociti, a 5 centimetri dal suo naso, che lo fissavano, pronti a mordergli i bulbi oculari.

— Oooooh, Valentina, mi hai spaventato!

— È 10 minuti che ti chiamo, pà! Mi avevi detto che mi aiutavi a fare i compiti se venivo con te in vacanza in Turchia!

E strabuzzò gli occhi sottolineando la parola Turchia.

— E mamma ha sentito be-nis-si-mo quando hai promesso questo. Per cui ora sono tutti cacchi tuoi.

Andrea non sopportava né i ricatti, né le le parole sillabate con tono arrogante, né due occhi così belli e così vicini, né sentire la parola mamma. L’ultima volta che aveva parlato con quella donna, che aveva anche il nome di Monica, il dialogo era finito con Monica sei una sgualdrina.

Il tutto era stato condito dal lancio di una tazzina gialla, la cui parabola aveva colpito in pieno il setto nasale del marito.

La successiva rissa con un certo Thomas, trainer di pilates della moglie, nonché amante della moglie, era stata patetica.

Da quel momento erano cominciati tutti i guai.

— Ma è meglio non divagare, pensò la memoria di Andrea.

— Ok piccola, che c’è?

— Pà… è già tre volte che te lo chiedo! È una semplicissima cosa! Sforzati di ricordare cavoli!

Per Andrea la parola sforzarsi e ricordare erano assurdi logici in quel momento. I suoi occhi vagavano sperduti.

— Pà ti prego… ti ho chiesto cosa, leggo testuali parole, per un punto passano infinite rette? Tu sei un INGEGNERE NUCLEARE!

Me lo dovresti saper spiegare… credo.

Mi sembra una cosa così stupida, ma talmente stupida, che non capisco che cavolo serve che lo sappia.

Mi sembra talmente evidente! Siamo al livello di Di che colore è il cavallo bianco di Napoleone! Ma questa cosa è sui libri di geometria, quindi deve essere importante… no?

Silenzio.

Andrea avrebbe voluto essere uno di quei ferrovieri che nel Far West stavano solitari in un gabbiotto, col solo compito di cambiare a mano gli snodi dei binari. Per il resto, whisky e penniche.

Si convinse di ciò.

— Cara Vale, mi dispiace… sono al verde celebrale. Ultimamente ho buttato nel cesso le mie lauree e faccio il macchinista nelle ferrovie. Un lavoro semplice, manuale.

— Cattivo, ribatté piagnucolando Valentina.

Poi un lampo le illuminò le pupille.

— Pà, cosa vuol dire che per uno snodo ferroviario passano infiniti binari?

Il suo sguardo era diventato felino. Il suo sorriso una lama. Andrea sorrise.

— Sei proprio mia figlia, furbetta e malefica, disse tra sé e sé.

Il padre si alzò dalla sdraio. Attraverso gli occhiali da sole, sua figlia assumeva una colorazione albicocca. Era bellissima nella sua smorfiosaggine. Si concentrò un attimo.

— Come ti senti da quando io e mamma ci siamo separati?

Valentina vacillò, spodestata dalla sua sfacciataggine da ragazzine delle medie.

— Perché mi chiedi questo? Sei cattivo.

— Rispondi, ribatté il padre granitico, accendendo una Lucky Strike.

— Rispondi, ripeté fastidioso.

— Mi sento male, lo sai benissimo. Piantala di tormentarmi. Questo non c’entra nulla! E poi c’è già quel cacchio di psicologo da cui mi manda mamma che mi rompe le palle su come sto, come va, come sto elaborando il dolore e mille altre boiate!

Di nascosto la ragazzina cominciò a piangere, nascondendo le lacrime con un tuffo a bomba nella piscina.

L’acqua tremò al contatto con la sua tristezza. Tutto l’azzurro bevve le sue quattro lacrime, increspandosi in onde nervose.

Dopo quattro bracciate e una capriola, si appoggiò al bordo della vasca, in faccia a suo padre che fumava tranquillo.

Andrea fissò sua figlia.

— Mi hai fatto una domanda e ti ho risposto. Sul serio, non sto scherzando: segui la mia dimostrazione.

Valentina lo guardava con tutta la sua ferita dell’anima aperta.

— Come ti senti senza tua madre? Ora il tono era serio. Era il genio dell’ingegneria fisica che stava parlando.

— Male, rispose veloce la figlia, come una delle api che sorvolavano il pelo dell’acqua.

— Male…, ripeté Andrea.

— Perché?, insistette.

— Piantala papà, piantala!, e si immerse scaricando una raffica di bolle, mentre gridava rabbiosa bastardoooooo. Riemerse e vide il padre armeggiare con l’ombrellone per farsi ombra.

— Allora, mi aiuti sì o no!?, sibilò perfida.

Valentina non capiva più nulla: o suo padre era impazzito o era veramente il genio che tutti dicevano che fosse.

Ma lei faceva solo le medie e la sua genialità o stupidità non riusciva a capirla.

Andrea si accorse di quegli occhi smarriti.

— È l’infinito di quelle rette che ti fa paura… che ci fa paura. Ci sembra di essere una trottola impazzita senza riferimenti, fatta eccezione per quel piccolo punto attraverso cui tutte passano.

Andrea prese un foglio dal quaderno Pink della figlia. Era oramai tutto un po’ bagnaticcio.

Con una Bic mordicchiata segnò un punto e poi tante linee che passavano da esso. Ne disegnò un tot, ma non poté evidentemente esaurire tutte le possibilità.

— Vedi piccola…mettiti al posto delle rette… perché tu fai un casino di cose, provi un macello di esperienze, fai un bordello di errori, hai mille pensieri, ti capitano una caterva di cose, di sensazioni, di emozioni, di domande… insomma mi capisci…?

Valentina, concentratissima e con le sue due rughette profonde sulla fronte, annuì. Andrea sospirò: la teneva sulla punta delle sue dita.

— Però senza un altro punto ti può sembrare di girare a vuoto. E questo ti fa paura… ci fa paura…cazzo.

Valentina alzò la sua testolina. Ora aveva paura di parlare.

— Pà… Dove lo troviamo… l’altro punto… pà?

Ora quella piscina e quella villa in Turchia erano diventati il centro del mondo, dell’universo intero.

Andrea deglutì saliva impregnata di Lucky Strike.

Se Valentina avesse potuto vedere sotto i Ray ban del padre, di certo si sarebbe accorta di una lacrima, trattenuta con le unghie e con i denti.

Una lacrima che conteneva non solo un nome, ma molto, molto di più.

Andrea sibilò una risposta nell’orecchio destro della figlia.

Valentina fece cenno di sì e iniziò a nuotare.

Per una settimana Valentina rifletté su quella frase sussurratale dal padre.

Un giorno, nuotando nella piscina alle 8 di sera si fermò a metà vasca.

Nuotava a rana stando a galla con agilità. Intanto sbuffava sul filo dell’acqua formando piccole bolle nervose. Come lo era lei in quel momento.

— Come trovare il secondo punto…?

Il sussurro del padre l’aveva destabilizzata.

Il secondo punto era la sua strada. Il suo cammino. Il suo: suo suo! Di Valentina.

Avrebbe potuto tirare una retta infinita sua. Proprio sua. Infinita, ma sua.

E quel punto, prima o poi, in qualsiasi istante, l’avrebbe trovato; o lui avrebbe trovato lei.

— Che emozione sarà! Che emozione sarà quando ci incontreremo! Chissà cosa sarà?, pensò, facendo una verticale perfetta.

Era pronta. La sua verticale si infranse nell’acqua.

Con una capriola si trovò sul fondo della piscina.

Toccò le piastrelle azzurre che ricoprivano il fondale della piscina.

Con i piedi si spinse il più forte possibile.

Fece un salto fuori dall’acqua e buttò fuori l’ossigeno dei suoi polmoni e inspirò tutta l’aria di cui fu capace.

Era aria di vita.

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