NON E’ QUESTO IL PROBLEMA

Chiuse gli occhi un istante. Il fumo le accarezzava le palpebre come il vento. Le narici cercavano aria tra gli sbuffi bianchi della sigaretta che si consumava lentamente.

Lentamente. Come quando era uscita di casa quel pomeriggio. Cercava asfalto, semafori macchine, pedoni, sole. Ma soprattutto cercava qualcosa che ancora non riusciva a individuare.

Non era arrabbiata o nervosa come al solito. Si sa, Marta non aveva un carattere facile.

Come quella volta che aveva lanciato il telecomando contro il televisore perché in Casablanca Humphrey Bogart aveva lasciato andare via la donna che amava. CHE CAZZATA! Aveva urlato nel pensiero. Ma puoi? La ami, lei ti ama e la lasci andare con quel mezzo rivoluzionario da quattro soldi. Anche lei però. Se lo ami resta! Che te frega dell’altro. Cretina. E Marta aveva pure pianto.

Ma non era questo il problema.

Aveva camminato per il centro per qualche ora o qualche minuto… non lo sapeva neanche lei. Tutta quella gente era impressionante. Ti guardano e tirano avanti. Lei li guardava e tirava avanti.

A un certo punto si era fermata a pensare se fosse possibile parlare con tutti, conoscerli tutti. Che scena delirante sarebbe stata: che potenza, che delirio. Però non si può.

Sei costretto a andare avanti a incrociare sguardi e passare oltre. Anzi era preoccupata di non scontrarsi con loro, di non toccarli, e se li toccava doveva chiedere scusa.

Perché? Magari quel tocco avrebbe cambiato la vita a entrambi. Ma nulla.

Marta doveva continuare a camminare e schivare, camminare e schivare. Schivare. Sempre schivare.

Perché non scontrarsi? Irrompere nelle vite altrui con tutto il tuo peso specifico. Marta sapeva che il suo peso specifico valeva eccome.

Ma non era questo il problema.

Casualmente si trovò sotto una banchina della fermata del pullman: un anziano, due ragazzi che ridacchiavano e una signora con la spesa. Marta non ce la fece. Si sedette e cominciò a fissare i vicini.

Che vite avevano?

Che problemi li assillavano?

Che cosa aspettavano oltre il pullman?

Quali desideri li spingevano?

L’anziano sembrava perso in un unico pensiero.

Poi una mossa repentina e si mise il cappello che teneva nascosto tra le gambe e poi di nuovo fermo.

Chissà che storia aveva. Guardava fisso davanti a sé, immobile. Una statua, una sfinge.

Sembrava di pietra.

Non un movimento.

Marta non riusciva a sopportare l’idea di rimanere all’oscuro di quei settant’anni di vita. Per cosa era vissuto quell’uomo fino a quel momento?

E ora erano seduti vicini per chissà quanti minuti ancora. Occasione per cosa? Quei pochi minuti a cosa le servivano?

Ma non era questo il problema.

Poi il vecchio si alzò. Un gesto solenne, aspettato da forse più di settant’anni.

Il bus stava arrivando.

Salì con calma e con la dignità di un uomo che la vita l’aveva vista tutta, o quasi.

Ecco dove stava il problema.

Salire così su una predella del pullman. Un’attesa che si placava in un gesto pieno di tutto quello che uno ha vissuto e vive.

— Bellissimo — pensò Marta.

Quel lento incedere dell’anziano, aveva riassunto tutta la sua ansia, tutto il suo problema.

Marta si alzò veloce e corse fino al ponte che stava poco distante dalla fermata del pullman e guardò il fiume scorrere.

Potesse anche il fiume avere un attimo di respiro e smettere la sua corsa.

Fermarsi per guardare cosa stava succedendo, proprio lì, sulla sua sponda, e accorgersi, magari, di quell’uomo capace di salire su un bus così.

Le brillarono gli occhi.

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