TUTTO QUI

Sante e suo figlio.

Sante si guardò le mani e si sfregò i pollici con gli indici. Percepì le impronte digitali e istintivamente sorrise.

Davanti a lui c’era suo figlio Giuseppe che stava facendo i compiti. Doveva colorare un orso bianco sdraiato sopra un ammasso di ghiaccio.

Sante sorrise nuovamente. Suo figlio era tutto impegnato con il bianco a colorare il foglio bianco. E stava pure attento ai confini neri che, a pensarci, l’orso bianco nella realtà non ha.

Ma in fondo era solo un disegno.

Giuseppe vide il sorriso del padre.

— Perché ridi? Sto facendo i compiti e mi fai sconcentrare!

— Scusa, rispose Sante, e cominciò a ticchettare con le dita sul tavolo.

Involontariamente, si accorse di ripetere i gesti del suo lavoro, il guidatore di metropolitana.

Nel suo divagare di pensieri, lo interruppe Giuseppe.

— Tu non hai mai compiti da fare?

Sante rimase stupito dalla domanda.

Era assurda, ma per un bambino l’assurdo può essere più che reale, non si può scherzare tanto facilmente.

La risposta sorse a galla spontanea, quasi fosse tornato all’età di dieci anni in pochi secondi.

— Sì… cioè io ho fatto i compiti durante tutto il giorno. Ho guidato la metropolitana per cinque ore oggi.

— Tutto un giorno di compiti! Ma è impossibile…E quali compiti avevi da fare?

Il dialogo continuava sulla linea dell’assurdo ma Sante si tenne in equilibrio e con la faccia seria continuò.

— Beh…ho accelerato, frenato, aperto porte e chiuso porte: io guido i treni della metropolitana, quella specie di treno veloce che tua mamma prende per portarti a scuola… poi ho anche fatto fischiare la sirena due o tre volte.

Certo c’è tanto rumore mentre svolgo questi compiti, ma ce la faccio abbastanza bene.

— Sono compiti difficili? Cioè come i miei… colorare un orso bianco dentro le linee non è facile, devi stare attento!

Sante non sapeva cosa rispondere.

In che discussione si era infilato! Cosa c’entra colorare di bianco un orso bianco con guidare la metro rosso fuoco, con migliaia di persona che vanno e vengono.

— Beh. Dipende, a volte sì a volte no. Sto tutto il tempo da solo nella cabina di comando e questo mi aiuta a concentrarmi.

Vedo tanta gente, ma nessuno può parlare con me, quindi riesco a stare attento.

I movimenti che devo fare sono sostanzialmente pochi, ma devono essere fatti con precisione, come per te stare nei confini del disegno.

Intanto, con le mani, era ritornato a mimare l’accelerata, la frenata l’apertura porte, il controllo della temperatura, lo sguardo sul lato della stazione…

— Vedi Beppino, la cosa più difficile…

E a questo punto il padre aguzzò un poco gli occhi e con le mani fece un gesto quasi magico.

— … È aprire e chiudere le porte a tempo, quando la gente entra ed esce. Devi stare attento a non pizzicare nessuno, devi sapere quando partire senza lasciare qualcuno con un braccio dentro il vagone e una gamba fuori!

— Uh, terribile! Un uomo spaccato a metà!

— E sì, figliolo… può essere pericolosissimo!

Sante si accorse che stava esagerando.

Mica stava raccontando una favola! Quanto ci vuole a non pizzicare i passeggeri? Nulla! Tanto la porta è fatta per riaprirsi e la metro non parte finché le porte non sono chiuse.

Giuseppe aveva dimenticato l’orso bianco e il ghiaccio. Si immaginava solo gambe e braccia svolazzanti, teste mozzate, sangue sulle porte. Un brivido gli percorse la schiena.

— Accidenti papà. Fai un compito ben più difficile del mio.

Sante guardò il figlio adorante.

In quel momento suonò il campanello della porta.

Giuseppe balzò in piedi agitato.

— Il fischio, gridò, il fischio!

Sante non capì subito, ma vide il figlio precipitarsi con tutta la foga possibile verso la porta. Girò il chiavistello e la aprì.

Era Michele, un amico di Giuseppe e suo compagno di scuola.

Anche lui aveva lo stesso compito di Giuseppe, ma aveva scaricato tutto il bianco per fare la neve attorno alla sagoma dell’orso bianco e dunque era corto di bianco.

Aveva pensato di passare al giallo, ma un orso bianco giallo non si era mai visto, aveva pensato.

Quindi aveva deciso di chiedere a Giuseppe un prestito.

Giuseppe lo afferrò e lo fece entrare con un vigoroso strattone: Michele capitombolò dentro casa di Beppino e finì quasi dentro il portaombrelli.

Giuseppe intanto chiuse la porta con una forza superiore al dovuto, facendo un suono sordo che rimbombò per tutta la tromba delle scale e che scatenò per qualche secondo l’ira di Pedro, il cane della signora Acardi al piano di sotto.

— Bravo Michele non sei rimasto pinzato!

Orgoglioso guardò il padre che non sapeva cosa dire.

— Visto papà: so anche io fare i tuoi compiti!

Sante si passo una mano sulla faccia. Con l’altra si grattò l’occhio destro.

— Giusto Beppino. È tutto qui.

Giuseppe con la fierezza negli occhi si erse in tutto il suo metro e 20 centimetri.

— Che bei compiti che ti danno! Altro che colorare orsi bianchi su fogli bianchi in un mare di ghiaccio bianco!

Sante rise forte e nel frattempo, presa una matita azzurra, fece una sfumatura lieve nella sagoma dell’orso bianco.

— E sì – pensò – è tutto qui…

Michele nel frattempo, grattandosi il gomito, si guardava intorno stranito.

— È tutto qui cosa?

Sante fissò il ragazzino come fissava tutti i giorni il tunnel oscuro dalla cabina di guida della sua metro.

Giuseppe fece lo stesso gesto, ma con negli occhi l’orso bianco. Entrambi stettero in silenzio.

Quel silenzio che può solo nascere tra un padre e un figlio. Un silenzio di complicità implicita, che non ha bisogno di niente, perché tutto scorre nel sangue.

Poi Sante prese in mano la situazione.

— Michelino, stai tranquillo. Un giorno capirai che aprire porte di una metro è uguale a colorare orsi bianchi. Quel giorno sarà unico.

Michele guardò i due con gli occhi da rana. Continuava a non capirci niente.

Forse un giorno avrebbe capito quelle parole di Sante. Fortunatamente per lui.

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