MA TI RENDI CONTO?: Inedito!

1.

Giovanni remava come mai aveva remato.

Si sentiva un proiettile sparato a filo dell’acqua. Remava con un ritmo forsennato, ma ordinato.

L’adrenalina e l’energia che sprigionava erano a livelli olimpici, anche se lui era solo più che un dilettante.

Davanti vedeva la schiena di Andrea, suo collega alle poste, un tipo che non aveva considerato per molto tempo, se non per quel suo tatuaggio a forma di àncora che gli usciva dalla manica destra e che gli faceva dire: questo è un porco comunista.

Ma, nonostante questo pregiudizio, Andrea si era rivelato un collega molto laborioso e puntiglioso.

E anche questo in realtà, inizialmente, nel rapporto con Giovanni non aveva deposto a suo favore.

Giovanni era un casinaro di prima categoria.

Sul suo tavolo vigeva una sola regola: il casino organizzato. Un casino all’interno del quale solo lui sapeva metterci mano. Era il suo stile, il suo vanto, poco apprezzato tuttavia dal suo capo.

2.

La mente di Giovanni però, in quel momento, aveva ben altro a cui pensare.

Sentiva il cuore che picchiava a ritmi regolari.

Le spalle bruciavano dalla tensione e la gola cominciava a farsi secca.

— Respira dal naso, respira dal naso, si ripeteva ogni volta che il carrello su cui sedeva, scivolava fino a toccare il fondo della barca.

Andrea seguiva forsennatamente i suoi movimenti. La striscia di sudore sulla sua schiena diventava sempre più scura, sotto lo sforzo incessante delle sue braccia.

L’aria era fresca, tipica dei mattini di settembre.

Il sole non era ancora sorto dietro la collina, ma si sentiva che cominciava a pulsare calore attraverso la terra, lontana qualche decina di metri.

L’acqua emanava fumi caldi e odori zuppi di fango.

Andrea alzò la testa un attimo e inspirò una ventata di purezza, mentre un gabbiano sorvolava le loro teste.

— Giò! Datti una calmata, la miseria, o qui ci spompiamo ancora prima di partire, ansimò Andrea

— Sei una palla al piede, postino maledetto!, rispose Giovanni rallentando la frequenza dei battiti dei remi sull’acqua, che fremeva innocente sotto i colpi dei due uomini.

3.

Andrea e Giovanni, col passare del tempo, avevano scoperto e coltivato una grande sintonia.

Giovanni era più vecchio di Andrea, e a lavoro si divertiva a chiamarlo postino, per il suo ordine e per il fatto che si presentava in ufficio su una vecchia bici con una cassetta legata sul parafango posteriore.

Andrea se la ghignava di questo teatrino che si ripeteva ogni istante: sapeva che Giovanni gli voleva bene.

Proprio per questo, il giorno del compleanno di Giovanni, che sarebbe caduto di lì a poco, il postino aveva organizzato una gara di canottaggio con quelli del reparto smistamento, un settore vicino al loro ufficio. Tra di loro c’era una certa competizione e gli sfottò non mancavano di certo.

Ed ecco allora l’idea della grande sfida tra Giovanni e Andrea, soprannominati gli stampini, e gli smistati, due palestrati del settore avversario.

4.

Ma come era nata la loro passione per il canottaggio?

Come spesso accade per puro caso.

Un giorno come altri, o meglio una mattinata come tante altre, entrambi si erano incontrati nello stesso spogliatoio del Club dei canottieri di Torino.

A lavoro non ne avevano mai parlato ma poi, quando meno se lo sarebbero potuti aspettare, eccoli lì entrambi in mutande in una gelida alba di ottobre.

— Che diavolo ci fai qui postino?, aveva aperto il dibattito Giovanni, stupito.

— Quello che ci fai tu, cretino! Di certo non vado a giocare a tennis! Questa tutina non mi sembra l’abbigliamento adatto. E la racchetta la uso solo per giocare a volano!

— E bravo il mio postino…, chi l’avrebbe mai detto che covavo in seno un piccolo fratello Abbagnale. Dunque il destino ci ha unito! Per cui fratello, da oggi coppia fissa. Mi sarebbe sempre piaciuto fare un 2 senza.

Così, da quel giorno, ogni martedì e ogni venerdì, alle 7.00 di mattina si trovavano insieme a fendere le acque del Po. In silenzio spesso, in religioso silenzio.

I dialoghi avvenivano solo a sbuffi e a piccoli insulti di incoraggiamento.

Poi, finita la faticaccia sul fiume, via di corsa a lavorare, dietro uno sportello anonimo e sporco, che velava i loro visi arrossati dalla sgobbata mattutina.

5.

I due accostarono la barca sulle sponde del Po, in attesa dei loro rivali, come al solito in ritardo.

Andrea scese e tirò fuori, da chissà quale anfratto della tutina, una sigaretta tutta attorcigliata su se stessa.

— Ma tu sei tutto matto Andrea, sentenziò Giovanni, che nel frattempo aveva tirato fuori una fiaschetta di grappa da cui sorseggiò una golata infinita.

— Dai, potrebbe essere l’ultima. Prometto che se perdiamo, smetto di fumare, ridacchiò tossicchiando il postino.

— Non se ne parla nemmeno. Se perdiamo ti ammazzo, perché sarebbe colpa tua, piciu di un comunista.

Andrea non sapeva bene perché si ostinasse a dargli del comunista, dal momento che sapeva benissimo che votava sempre Berlusconi.

Forse questo vizio del fumare in continuo, la associava ad antichi rigurgiti cubani, come se lo richiamasse alla figura di Che Guevara o chissà chi.

Quindi il postino era comunista. Discorso chiuso.

— Piantala lì alpino alcolizzato, ribatté Andrea.

— Se bevessi io quella roba a quest’ora, penso che non riuscirei nemmeno a salire in barca. E tu vuoi pure vincere! Quei due smistati li hai visti! Sembrano due cyborg, la miseria. E noi stiamo qui uno a forarsi i polmoni, l’altro a bucarsi il fegato. Ma come mi è venuto in mente di regalarti questa sfida suicida, e si accese una seconda sigaretta isterico.

— No, no Andrea, sei stato geniale. Non sai che sentimenti di omicidio sei stato in grado di risvegliarmi. Quei due smistati non li ho mai sopportati! Era da anni che non mi sentivo così carico, così in bolla! Non so: stamattina mi sento rinato, una dinamite! Sei stato un genio!

Detto questo, dette una manata sulla spalla dell’amico, con una violenza calorosa e piena di affetto.

Con un salto, risalì sulla barca che, a fatica, non si ribaltò. Andrea lo seguì mentre un brivido di freddo gli percorse la schiena.

6.

I loro due avversari li aspettavano, in realtà, da qualche minuto in vicinanza del ponte.

La sfida era sul chilometro, distanza che Andrea e Giovanni di rado avevano percorso. Ma si sa: sfida lanciata, sfida accettata. E poi, che non fosse mai che Giovanni perdesse una gara, si trattasse anche di chi bollava più cartelle in un minuto.

Le due barche si affiancarono.

Le Poste italiane erano in gara per la gloria, per un posto nella Storia.

Il sole cominciava a battere le ciglia da sopra la collina, che si tingeva rapidamente di un verde luce, abbagliante.

Le acque del fiume diedero segno di nervosismo sotto i remi, che fremevano dalla voglia di schiaffeggiare le onde, ancora ignare dell’inferno che si sarebbe scatenato da lì a poco.

Tutta la città si stava svegliando, ignorando la tensione agonistica in quel piccolo angolo del Po. Il campanile di una chiesa batté le 7.30.

Le due barche si scagliarono contro la corrente come molle.

Giovanni e Andrea partirono all’unisono, scossi dalla stessa frustata.

Hop-hop dacci dentro postino, spingi infame! Spingi! Non mi mollare adesso!

Giovanni dettava il tempo come un metronomo impazzito.

Il respiro dei due era una mitragliata di ossigeno che entrava e usciva dalla bocca spalancata e dagli occhi stretti come una morsa.

— Gio’ po…rca zoz…za, occhio che ci stiamo sbilanciando a destra!

Postino sei una lumaca, zio bono! Sei te c…he perd…i colpi. Forza! Rime…ttiti in…assetto!

— Stai un po’ zit…to…, bue grass…o!

La barca correva e scivolava sul letto del fiume come mai aveva fatto.

I due, nonostante gli scambi di battute, avevano un ritmo indiavolato. Le loro sagome parevano ingranaggi di un motore che pompava balzi regolari e possenti: un puledro selvaggio, lanciato in una prateria desolata.

Hop-hop-hop, strap…piamo ora…, o…ra, cor…aggio    postino! Non moll…iamo adesso!

— Cacchio Giò! Aspet…ta anco…ra un atti…mo a sgas…are!

— Ma zio…fanale! Andre’ siamo a…vanti. Stac…chiamo…li ora e scap…pia…mo! ORA! SPINGI!

Le due teste si abbassarono scomparendo incastrate nelle casse toraciche compresse.

Il fiume cominciava a ribellarsi ai tagli sferrati dalle due barche, che si erano distanziate di almeno una prua. La vittoria era in mano a Giovanni ed Andrea.

La coppia era in trance. Niente sembrava in grado di fermarla.

Alcune anatre, intanto, si erano affiancate ai due, quasi a sospingerli con le loro ali e il loro gracidare, che aveva preso il posto delle urla di Giovanni.

Il ritmo era unico: i remi accarezzavano il pelo dell’acqua, per poi schiantarsi come lame in profondità per spostare, con tutta la loro ansia, una massa d’acqua incalcolabile.

Gli occhi di Giovanni lacrimavano dallo sforzo. Anche gli occhi di Andrea lacrimarono per un secondo.

7.

Il primo raggio di sole penetrò attraverso la boscaglia sulla riva, soffiando uno sbuffo tiepido.

Le pupille di Andrea, spremute dalla fatica, si alzarono e videro, per una frazione di secondo impercettibile, le montagne. Fu uno scorcio, un fotogramma.

— Le montagne sono blu!, sussurrò a se stesso. Distratto, l’uomo diede due strappi scomposti ai remi.

Postino che dia…mine f…ai! Il te…mpo! Tie…ni il t…empo. Non ora male…detto! Non…

Giovanni non finì la frase.

Andrea si era alzato dalla sua posizione da rematore. La sua schiena era diritta.

Ora la loro barca correva per inerzia e rischiarono di essere raggiunti per quel gesto così improvviso e strano, ma il vantaggio era più che rassicurante.

Vinsero di una prua bella e buona.

8.

— Porca miseria Andrea…, farfugliò Giovanni allo stremo, che diavolo ti è sal…..tato in mente! Perché ti sei fer…mato proprio all…a fine!

Andrea e Giovanni erano piegati su di loro dallo sforzo.

— Le montagne, Giò, le montagne: sono blu! Girati! Le ho viste prima!, disse Andrea.

— Ma porco Giuda! Io mi spacco la schiena e tu ti guardi il panorama! Ma vaff…

Giovanni non ce la faceva più a parlare. Il respiro impazzito gli strozzava le parole, figurarsi gli insulti. Tuttavia con una torsione innaturale si girò.

— Sti cacchi: sono blu davvero! Azzurre anzi.

Per un attimo Giovanni si dimenticò della gara, della vittoria, del canottaggio, perso come un bambino a contemplare le montagne azzurre.

Poi, come in un caleidoscopio, il rosa del cielo mutò: Giovanni non aveva immagini per descrivere la dolcezza con cui avvenne quel passaggio cromatico.

L’azzurro, insomma, divenne rosa e poi arancione e poi rosso e poi fuoco e poi il sole si prese possesso di tutto.

Una cascata fragorosa.

Ma una cascata di raggi silenziosa che colorò le montagne baciandole, come il bacio di una nonna che sveglia suo nipote, quando i genitori sono già andati a lavorare e lei è divenuta, per un istante, la padrona di casa.

In questo modo il sole dominava su tutto, baciando ogni cosa con labbra invisibili e soffici. Da nonna.

— E io che me la prendevo sempre con mio figlio che colorava i monti blu e rossi: aveva ragione lui cazzarola.

Giovanni sussurrava tutto tra sé e sé, quasi non volesse svegliare qualcuno.

Poi si rigirò e vide Andrea ancora piegato su se stesso. Pareva morto, se non fosse per dei tremiti che lo facevano sobbalzare.

— Andre’, Andre’!, gridò Giovanni.

Postino ci sei! Ohhhhhh! Abbiamo vinto!

Andrea si girò. Stava piangendo e le sue lacrime parevano colorare il fiume con i colori di cui i suoi occhi erano impregnati.

— Porca miseria Giò! Ma ti rendi conto! TI RENDI CONTO! È stato stupendo.

Ed era evidente che la vittoria era la seconda cosa stupenda.

Non la prima.

3 risposte a "MA TI RENDI CONTO?: Inedito!"

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