CERTE COSE

Il padre lo trascinò per mezza casa tirandolo per l’orecchio.

— Adesso vedrai cosa vuol dire fare il fagnano per un anno!

— AHHHHHHHHH, urlava Lorenzo, esagerando un poco la scenata in atto.

— Mi stacchi l’orecchio paaaaaaa!

— Tanto, per quello che ti serve, te ne basta uno!

Finita la via crucis del corridoio, il padre aprì la porta del suo studiolo, se così si poteva chiamare, ci scaraventò il figlio dentro con l’aggiunta di una pedata nel sedere e richiuse la porta, facendo cadere un pezzo di intonaco della parete.

Da un muratore ci si poteva aspettare ben di peggio.

Questo Lorenzo lo sapeva bene.

Lorenzo rimase un poco sdraiato per terra, annusando il vecchio palchetto che gli faceva da materasso.

— Cacchio, pensò, vaffanculo la scuola e chi l’ha inventata! Cacchio, cacchio… cosa ho fatto di male per venire bocciato… sì vabbè non sono un genio, ma neanche un lavativo… tutta colpa di… crepino tutti. Basta pensarci. Basta, basta! La scuola non è tutto!

Si sedette per terra, massaggiandosi l’orecchio.

— Ora me lo strappo sul serio, così vedrà papi se si può vivere con un orecchio.

Provò a staccarsi l’orecchio, ma non era come nei film: zac e via! L’orecchio non aveva proprio voglia di staccarsi e il suo corpo non sembrava intenzionato a farsi recidere così facilmente una parte.

— Al diavolo pure l’orecchio.

Sbuffò e si lasciò cadere sul fianco sinistro, colpito a morte dalla sua tristezza.

— Adesso mi lascio morire, smetto di respirare.

Ma il suo tentativo durò a malapena una quarantina di secondi.

Chiuse gli occhi, poi li riaprì.

— Non devo piangere, non devo piangere, non devo piangere, non devo piangere!

Cominciò a piangere a dirotto: un temporale estivo sul palchetto invecchiato dello studiolo del padre.

Lorenzo ci mise un attimo a riprendersi e a guardarsi in giro.

Quel posto gli aveva sempre fatto schifo.

Non ci vedeva nulla di interessante: quattro pareti, un tavolino in un angolo e due casse attaccate al soffitto.

Null’altro.

Poi all’improvviso. Una parete non era bianca. Il tavolino non era vuoto.

La parete che attrasse i suoi occhietti da tartaruga era coperta di…

— Che cacchio è?

Silenzio. Non riusciva proprio a capirci.

Erano dischi? Centinaia… ecco perché papà stava ore rinchiuso lì dentro, scatenando le ire di mamma.

— Adesso li spacco tutti: vendetta!

Poi ci ripensò, senza alcun motivo sensato se non quello di toccare quello che suo padre toccava.

Provare per una volta quello che suo padre provava. Toccare. Maneggiare quegli oggetti che suo padre si ostinava a comprare nonostante cd, mp3, Youtube, Spotify.

Ne prese uno a caso: gli sembrò così grosso, scomodo. In un mondo oramai interessato al piccolo e maneggevole, il disco sembrava un mattone.

Tirò fuori il vinile e cominciò a trafficare col giradischi parlando da solo ad alta voce.

— Allora… schiacciare 33, anzi power… mettere il disco, alzare l’asticella, toccare la punta ehehhehe… così un poco si rovina.

Boato!

— Cacchio ho solo toccato la puntina, stai calmo, disse a quel cerchio così nero da sembrare un pozzo.

— Ora l’asticella devo spostarla fin qui… no prima… ora troppo… coooosì.

La stanza cominciò a gracchiare. Lorenzo non aveva mai fatto troppo caso a questo fruscio simile all’eco di rumori lontani, segno di una attesa formicolante.

Poi la musica prese il largo.

Non capiva molto, fu preso alla sprovvista Lorenzo.

Sembrava che il suono lo portasse in una stazione… con un treno in partenza e poi il treno partisse a ritmo alternato ma continuo, quasi a strappi.

Un treno con vagoni. Tanto fumo e fischi, e rotaie infinite.

Poi la voce del cantante. Sarà stato uno di quelli vecchi… anni ’60.

Ma la sua voce… Lorenzo era ipnotizzato, non ne aveva mai sentita una così particolare, profonda, come quando parli dentro un bidone.

E dire che lui dentro un bidone non aveva mai parlato, ma doveva per forza essere quello l’effetto.

Bellissima, era bellissima. Quella voce era bellissima eppure non capiva niente del testo perché era in inglese.

Non riusciva a staccarsene: gli sembrava che quell’uomo fosse lì davanti a lui.

Vedeva la sua bocca muoversi, la chitarra danzare, la batteria che spumeggiava battiti, uno strano basso che ripeteva sempre le stesse tre note.

Ma la sua voce. Non era come quella dei cantanti che ascoltava lui. Era più… più voce, più caldo, più vivo, più vita, più bello, più suo padre!

Lorenzo si sdraiò sul pavimento e chiuse gli occhi. Adesso aveva fatto pace con suo padre.

Quella voce aveva ragione. In qualche modo aveva ragione. Senza quella sfuriata non l’avrebbe conosciuta. Benedetto orecchio gonfio, benedetta stronza di inglese, di italiano e storia e geografia!

Che genio mio padre a chiudermi qui dentro!

La voce continuava. Lorenzo alzò il volume.

Lo stomaco vibrava di quel sommergibile vocale che lo rinchiudeva come in una bolla di ferro e acciaio.

Il ragazzo ripeteva a caso suoni parole che si ripetevano.

Mmmm mmmm. Ohoohohohohwalkthe linebhbhbhyou are are mine…, e applaudiva col pubblico.

D’improvviso la porta si aprì e per un attimo quel treno barcollò e deragliò: suo padre lo guardava e sorrideva.

Il treno riprese a galoppare.

Il padre rideva di sana pianta, come forse non lo aveva mai visto e cominciò a cantare.

— … Because you are mine I walk on the line.

Perché tu sei mia, io rigo dritto. Lorenzo, sai perché quell’uomo che stai sentendo ha cominciato a rigare dritto?

Lorenzo non si aspettava un’entrata così teatrale: in fondo suo padre era un muratore. Ma che muratore!

Però capì tutto al volo.

— No…

— Perché amava quella donna.

Lorenzo stette in silenzio.

Silenzio, come quando aspetti che il treno passi davanti a te, ad un passaggio a livello.

— Perché amava quella donna.

Lorenzo non capiva, o forse sì.

Quella voce di sottofondo ritornava a galla, sempre più forte come una marea.

Amava quella voce. Suo padre ricominciò a cantare, un poco stonato, con un inglese da costruttore di ponteggi e spalatore di malta.

And I still miss someone

Chissà cosa significava?, pensava il ragazzino.

Lorenzo si alzò e si avvicinò a suo padre e bofonchiò, come solo uno di terza media bocciato può bofonchiare.

— Ok pà, da oggi I walk the line. Ci provo.

— Tranquillo, rispose il padre, You are mine.

— Cacchio se quella di inglese ci avesse sentito non mi avrebbero bocciato: dialogo in inglese, con muratore, con citazione di Johnny Cash!

Questo fu l’ultimo pensiero a voce alta di Lorenzo, in quel pomeriggio caldo di giugno.

Certe cose si capiscono così.

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