STEFANIA E IL BOWLING: Inedito 2

1.

Stefania come tutte le 17enni aveva tanti problemi.

Ma per lei nessuno di quei problemi era rilevante, perché in fondo non erano quelli veri problemi.

I suoi dubbi erano altri.

E nessuno li vedeva.

— È incredibile la cecità dei professori. Sono veramente stupidi! Ma figurarsi se il mio problema è che vado male a scuola, o che ho i voti bassi, o che mi annoio di continuo, o che chiacchiero come una gallina, o che non sto mai ferma, o che mangio durante la lezione, o che tiro le cartacce nel cestino, o che scrivo sul banco, o che a volte faccio i rutti in classe, o che faccio le assenze programmate, o che taglio quando non mi va di venire a scuola.

Queste sono le mie virtù! Le mie virtù, cacchio! Io mi faccio rispettare a scuola per queste cose.

Figurarsi se mi va di cambiare. Io ho ben altri casini! Anzi il mio punto interrogativo principale è di ben altra gravità! Anzi, è gravissimo e nessuno lo riesce a comprendere.

Stefania da tempo si arrovellava sul suo vero dilemma.

Un dilemma che per certi aspetti era un dilemma di fisica nucleare!

— Come è possibile che io entri a scuola la mattina e la mia testa sia leggera: poi più passano i secondi, dico I SECONDI!, e più la mia capoccia diventa una palla da bowling, che inesorabilmente si schianta sul banco, senza più nessuna possibilità di rialzarsi. Altro che homo erectus!

Questa era la vera questione che assillava Stefania.

Ma nessuno ci credeva o non voleva capirlo.

Tra l’altro, questa sindrome si stava espandendo a macchia d’olio, come un’epidemia, per tutta la sua classe!

Roberta, la sua vicina di banco, in poche ore di lezione, assumeva la postura di un bradipo: il braccio praticamente diventava parte integrante del banco. La sua testolina bionda si fondeva come cera con l’arto, divenuto un cuscino ergonomico e neanche le urla della professoressa Vivaldi la scollavano da questa posa, quasi artistica.

Tommaso, a fondo classe, si ricopriva di strati di materia scolastica, fino a scomparire sotto una collina morenica o vulcanica, Stefania non era ferratissima in scienze. Solo un’analisi al Carbonio 14 avrebbe potuto datare l’origine di questa stratificazione: forse tutto aveva avuto inizio durante la lezione su Dante, chissà.

Marika riusciva a far implodere la testa tra le spalle, come una tartaruga, quasi che la forza di gravità attorno al suo banco aumentasse a dismisura, fino a inglobare quel cespuglio di capelli arruffati in se stesso.

Per non parlare di Nicola, i cui capelli si gonfiavano a istrice per ricadere sul volto fino a far scomparire il viso in una giungla monsonica. E allora buonanotte a tutti: i capelli diventavano una corazza ad isolamento acustico ed erano necessari gli scossoni del professor Rebaudo per riportarlo nel nostro sistema solare.

E cosa dire dello zaino di Rebecca, che appena si appoggiava alla testa semi rasata della fanciulla diventava una morsa implacabile, che comprimeva la materia grigia della povera compagna di fila di Stefania, rendendola capace solo di bofonchiare parole a caso e versi barbarici.

Questi erano i veri casi per cui i professori e gli adulti sarebbero dovuti intervenire!

2.

Quando il professore di italiano, il professor Caruto, entrò in aula, assistette al panorama sopra descritto: un’ecatombe di teste e corpi disfatti sui banchi.

Fuori nevicava, cosa che rendeva il tutto surreale, quasi mistico.

Non un saluto, non un’alzata in piedi, anche solo di cortesia o di parata.

Il nulla più totale.

Dal fondo giungeva solo il tipico sgranocchiamento di un biscotto, mangiato di sfuggita da qualcuno di questi alunni fantasma.

Caruto, con calma, posò la sua borsa sulla sedia, si tolse la giacca, posizionò le due mani sulla cattedra poggiando tutto il peso del suo corpo su di esse e, sempre da in piedi, in questa posa da sceriffo, cominciò a pensare.

3.

Stefania neanche aveva sentito entrare il professore: per lei erano quasi tutti uguali.

Qualcuno era più isterico, qualcuno più affabile, taluni erano più infami: ma in fondo, la pasta era sempre la stessa. Quella pasta che, alla fine della storia, ti vuole fregare.

Il prof. Caruto, però, era uno di quei professori che non si riuscivano troppo ad inquadrare.

Aveva uno sguardo volpino, a volte sonnecchioso, ma non era addormentato o rimbecillito come altri.

Stefania non riusciva a definirli gli occhietti di quell’uomo sulla cinquantina, con i capelli perennemente spettinati, ma di uno spettinato in qualche modo ricercato.

Avrebbe speso ben volentieri una manciata delle sue fantastiche lentiggini per potergli guardare dentro la testa e capirci qualcosa.

Ma sta di fatto che quel giorno, come la maggior parte dei giorni, la sua curiosità si era spenta sul nascere e si era dissolta come rugiada sui campi, ai primi raggi del sole.

Però quella voglia di scoprire quel professore, ritornava a folate, ogni volta che Caruto metteva piede all’interno di quelle quattro mura gelide, che erano la sua classe.

4.

— Boretti ci sei? Booooretttti, quel tono Stefania lo conosceva: era tra il mascalzone e l’impertinente.

— Certo che ci sono, pensò tra sé e sé la ragazzina.

— Ma perché mi devi chiamare quando mi vedi: sei a tre metri da me, continuava a protestare silenziosamente l’alunna.

— Ci sono, ci sono.

La voce uscì come da un tombino, tanto Stefania aveva la testa schiacciata sul banco.

Il prof. Caruso si avvicinò al suo banco. Stefania sentiva quei passettini leggeri e lo sfregare delle mani in tasca, alla ricerca di qualcosa: probabilmente qualcosa da dire o da fare.

Stefania finse di dormire, immergendosi in un mondo tutto di pantofole e cuscini.

— Boretti tutto ok?

Un silenzio fluttuoso, come quando ci si rotola nel letto senza pensieri, tentò invano di rispondere.

— Boretti puoi mandarmi un segnale di vita?

Stefania socchiuse un occhio che incrociò la mano del professore che si preparava a picchiettare sulla testolina di lei.

A quel punto la ragazza ebbe uno scatto improvviso

— Non mi tocchi i capelli prof.! Già stamattina è stata un’impresa domarli, gridò in modo innaturale.

—  Oh! Attenzione! Ecco un’eco dal profondo universo, ironizzò Caruto, fiero di aver fatto breccia nella boscaglia dei capelli di Boretti.

— Senti Boretti, come facciamo con questa testa dal peso atomico simile al plutonio, attirato da quel buco nero che è il tuo banco?

Per Stefania quei suoni risultarono arabo o al più un linguaggio alieno sconosciuto; una vibrazione di noia le attraversò il corpo, di fronte a questa botta di vita.

Sentiva che la giornata stava prendendo una piega che lei non voleva.

— Dio se ci sei salvami, sussurrò tra i denti Stefania.

E Dio la salvò.

5.

Il prof. Caruto si allontanò da lei e cominciò a trafficare nella sua borsa di pelle.

Stefania sapeva che da quel corpo marrone usurato poteva uscire di tutto, ma proprio di tutto. Caruto se ne uscì con una scatolina, quella dei gessi colorati. In realtà era un porta sigarette di metallo, roba di classe per dei gessi.

E così, con un filo d’occhio, la ragazza rise, mentre l’uomo iniziò a disegnare alla lavagna.

Stefania ci mise un attimo a capire cosa fossero quei segni che intuì essere una sorta di strana cassettiera, con scarpe colorate dentro.

— No non ci capisco proprio nulla, pensò la ragazza.

Il disegno non era granché, ma i colori e le forme erano simpatiche, come tutti i tentativi artistici del professore. Stefania sorrise con un’espressione sonnacchiosa e si mise comoda a osservare l’azione, divenuta ora frenetica, del professore.

— Sai cosa sto disegnando?, irruppe nel silenzio della classe Caruto: la domanda era evidentemente rivolta a Stefania, che emerse per un attimo dalla sua palude.

— Non so, rispose.

— Hai ragione, ammise il professore, non è un granché ma i colori sono belli, no?, e Caruto forzò un sorriso patetico.

Stefania sbuffò un e Caruto ricominciò a trafficare sul nero della lavagna e questa volta il risultato fu più chiaro.

Le forme ora erano evidenti: si trattavano di birilli da bowling. O almeno questa era l’idea che si era fatta Stefania.

Caruto poi si impegnò a disegnare una sorta di pista: una pista da bowling, si potrebbe dire.

La visione della prospettiva faceva un po’ sorridere, però il concetto era chiaro.

Non essendo un artista nel disegno, non c’erano due birilli uguali, però erano simpatici nella loro diversità.

Il difficile era stato disegnare le canale ai lati, ma il professore era stato sufficientemente bravo.

Tutta la classe si lanciò in un applauso.

Sembrava di essere di fronte a uno strike, uno strike ben riuscito, di quelli che fracassano l’aria con il loro rumore.

Stefania rideva a bocca aperta.

Rideva per la prima volta in tutta la mattinata.

E il prof. Caruto un po’ se la godeva di questo risultato. In fondo, era un primo passo.

Un passo che non sapeva dove l’avrebbe portato.

— Vediamo dove vuoi arrivare, pensava tra sé e sé Stefania che, con il mento, ora stava appoggiata al temperamatite.

Nel frattempo Caruto si soffermava sui dettagli: colorò i birilli bianchi, con una stupenda striscia rossa a metà; in punta alla pista rappresentò delle scarpette a simboleggiare i giocatori; ma il meglio lo diede quando cominciò a disegnare sulla seconda lavagna.

Qui, con una pazienza certosina, tracciò dei cerchi quasi giotteschi: erano le bocce da bowling che, con i loro tre fori e i colori sgargianti, divennero il centro della sua attenzione. Il professore aveva fin trovato un gesso fucsia per la palla da 12 kg!

Stefania aveva uno sguardo da sogno e le sembrava di sentire il rullare delle bocce sulle piste.

Si immaginava le corse impazzite di queste palle rosa, verdi, rosse, viola; sentiva l’esplodere dei birilli che saltavano, le risate isteriche delle donne, le esultanze ridicole degli uomini.

— Ma perché sta facendo tutto ciò?. cominciò a ripetersi la ragazza.

Ora il mento era tenuto su dalle due mani e a ritmo alterno si spostava il ciuffo dagli occhi.

6.

La risposta arrivò, come una tempesta di sabbia nel deserto: accecante.

— Vedi Stefania, entrare in classe, per me, è un po’ come mettersi a giocare a bowling. Tu ti chiederai perché, ma non è difficile da spiegare. O forse sì, non lo so: adesso vediamo se mi riesco a chiarire.

Stefania ora era un grillo, con tutte le antenne tese a capire cosa diavolo cercava di esporre il professore.

Già altre volte Caruto si era lanciato in metafore iperboliche per fare capire certi concetti e la cosa divertente era che, se anche non si capiva niente, gli esempi facevano troppo scassare dalle risate: perché Caruto aveva tanti limiti, ma certe volte faceva proprio ridere e riusciva a incollarli. Poi magari non si comprendeva nulla, però era troppo divertente e le ore passavano tutte d’un fiato.

La commedia stava per cominciare e Caruto assunse la posa di un oratore, in una sala da bowling.

— Allora, io entro in classe e cosa vedo?

Qui il professore fece un gesto plateale a indicare l’insieme dei ragazzi.

— Semplice: vedo tante teste scaraventate sul banco, proprio come se entrassi al bowling e, con le scarpette lisce, rosse e blu, mi avvicinassi a quegli scaffali di ferro massiccio dove troverei tante, ehm… perdonate la similitudine, bocce pesantissime, tutte ordinate, di vari colori, immobili nel loro ripiano: proprio come le vostre testoline. Le bocce sono lì che aspettano solo una cosa. Che qualcuno le prenda e …?

— Le faccia correre contro i birilli, sussultò Stefania, che si immaginava una di quelle palle pesantissime con tre buchi, di colore rosa fucsia, il suo colore preferito.

­— Brava Boretti!, esultò con gli occhi e con le mani il professore.

— Proprio così! Un bel boccione rosa fucsia! Peso 12 kg. Io lo vedo lì, che sta lì annoiato, un po’ come te prima, in attesa di qualcuno che lo prenda e… lo lanci! Boretti la tua noia finirebbe, se qualcuno ti lanciasse su quella pista, liscia come il mare a settembre; ti lanciasse veloce, con classe, con quel movimento da ballerino quasi, e tu potessi correre rotolando tra quelle due canale infernali che significherebbero zero!; e immagina se tu potessi schiantarti con tutta la tua forza contro quei birilli innocenti, messi lì per farti gridare STRIKE!; tu allora sì che saresti felice: la vera Stefania Boretti che tutto il mondo aspetta! Perché devi sapere che il mondo è più grosso, più largo, più esteso di una qualsiasi pista da bowling! E ti aspetta! E i birilli sono a centinaia! Quanti SPARE! Quanti STRIKE! Quanti traiettorie vertiginose sul filo della canala potresti affrontare! Che vertigini, che GIOIA! A volte, certo, potrebbe andarti male, ma avresti sempre il tiro successivo! Basta che qualcuno ti lanci! Porca miseria Boretti, che cosa grande sarebbe la vita! Anzi che cosa grande è la vita. Lasciati solo lanciare!

7.

Il prof. Caruto oramai non aveva più fiato.

Quante volte nel parlare aveva mimato la presa della palla, il gesticolare sacro con la boccia in mano, la presa della mira e quel lancio con il piede destro avanti che scivola in poco, mentre la gamba sinistra si piega come un arco di un violino in un assolo; e poi l’attesa dello scroscio dei birilli, l’esultanza e la concentrazione per il tiro successivo.

Ora era esausto.

La classe muta.

Le teste alzate.

Le mani aggrappate al bordo del banco.

Gli occhi indescrivibili.

Stefania non aveva capito nulla.

Aveva un unico pensiero in testa.

— Porca miseria. Questa sì che è vita! Cominciamo a giocare a bowling, dai!

3 risposte a "STEFANIA E IL BOWLING: Inedito 2"

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