IL CAVALIERE: Inedito 3

1.

Jack. Come Jack la Motta, di cui non sapeva quasi niente, se non che era un pugile e il suo soprannome era Toro Scatenato: fichissimo.

Jack. Come Jack la Furia: un mito.

Jack. Come Jack lo squartatore: quegli occhi che si impallavano allucinati lo avevano sempre esaltato.

Jack. Come Jack Daniels: il suo whisky preferito, nonostante l’età, stampato bianco su nero sulla sua maglietta cult.

Jack. Come Jack Richer, di cui non aveva perso una puntata della serie: uno contro cinque e lui rimaneva in piedi con qualche graffio sulla faccia e nulla più.

Jack. Come Jack Sparrow: il pirata dei pirati, folle e padrone dei mari sulla sua Perla nera.

Jack. Come Giacomo Barabba: il suo vero nome.

Ma per tutti era solo Jack.

Giacomo aveva una sola idea in testa: io sono il capo.

2.

Per capire chi era Giacomo, basterebbe seguirlo dopo che, uscito di casa, si incamminava verso la fermata del pullman che lo avrebbe portato a scuola.

Questi 500 metri erano una favola, per lui.

I semafori rossi non esistevano, perché lui passava quando voleva: se voleva attraversare, passava senza considerare macchine, pullman, camion. Loro si dovevano fermare, perché nessuno poteva fermare Giacomo.

Jack aveva 17 anni o giù di lì.

Mentiva sempre sulla sua età, perché gli andava di farlo. Aveva una bella famiglia alle spalle, che al momento sopportava con sofferenza i suoi modi di fare. La madre, la signora Giuliana, si era fatta oramai il callo. Convocazioni, sospensioni, richiami, semi denunce. Lei, donna sulla cinquantina, era costretta a rincorrere un’antilope inarrestabile.

— Speriamo che cambi con l’età, era diventato il suo intercalare quotidiano.

Giacomo nel frattempo se la spassava.

Se incontrava un ragazzino più piccolo, partivano minacce, volavano scappellotti, gli occhiali si rompevano e le merendine sparivano.

3.

Questo è quello che capitò la mattina del 29 settembre.

Dopo essere uscito di casa senza salutare nessuno e con la cartella rigorosamente vuota, Jack si accese una sigaretta a sfregio del divieto categorico del padre, il signor Ludovico.

Sputò per terra un paio di volte, dentro il giardino della famiglia Calessi e contro la porta del signor Proviero. Fumava aspirando anche il catrame dell’asfalto e il fumo lo gettava fuori sbuffando.

La cicca finì dentro un portone a caso. Il portiere vide scena, rincorse Jack e lo prese per la spalla.

— Razza di impertinente, per chi mi hai preso, non sono mica il tuo badante che devo pulire le tue porcherie?

Jack si voltò scrollandosi di dosso la mano dell’uomo.

— Che diavolo vuoi, sei pagato per pulire e pulisci!

L’uomo rimase stordito dalla sfacciataggine del ragazzo.

Giacomo era convinto di tutto quello che faceva e diceva. Aveva ragione lui: se il tipo fa il portinaio, pulisce la casa punto e basta.

Stesso discorso a scuola, con le bidelle.

— Tu pulisci quello che io sporco. Stop. Non c’è da discutere!, sbraitava nei corridoi del suo piano.

Jack era sempre dalla parte del giusto perché lui era il giusto, il centro attorno cui ruotava tutto il mondo. Lui era la regola.

4.

Giacomo continuava a camminare con il suo passo flaccido e nervoso allo stesso tempo. Cominciò a calciare una lattina e quando vide una signora con il cane, gli venne naturale mirare contro quel barboncino che era più simile ad un topo che ad un cane.

Lo colpì alla testa. Il cane guaì come una sirena, nascondendosi tra le gambe della padrona, che guardò inferocita il ragazzo.

Istintivamente le venne da sbattacchiargli in testa la borsa.

— Maleducato d’un moccioso, non ti permettere ti far…

Jack non aspettava altro.

— Ooooooooh, vecchia, torna all’ospizio a farti imboccare, altrimenti ‘sto topo con i riccioli me lo mangio come spezzatino, capito? Ma guarda te: come ti permetti befana! Non mi devi toccare hai capito! NON MI DEVI TOCCARE!

E fece il gesto di colpire la signora con il rovescio della mano.

La signora, impaurita dall’esplosione verbale, fece un passo indietro, in un silenzio assordante.

— Tu sei figlio di Baracca Ludovico: sei un ingrato, con tutti i sacrifici che hanno fatto i tuoi genitori.

— Stai zitta, dei miei genitori non me ne frega niente. Io sono Jack Baracca e so badare a me stesso. Ciao nonna!

Questa storia dei suoi genitori, dei sacrifici, del senso di riconoscenza non l’aveva mai capita Jack.

— Che cosa c’entro io con la loro vita. Loro hanno fatto sacrifici. Complimenti, ma la mia vita la vivo io e decido io. Se i sacrifici li han fatti per me, io non li ho chiesti, me la sarei cavata benissimo da solo. La mia vita sarebbe stata diversa, ma questo cosa c’entrava: di certo me la sarei cavata, tutto qui, questo pensava Jack, senza alcun rimorso.

La sua era una vita da Bomber: in qualunque situazione, con o senza i sacrifici dei suoi.

Si accese un’altra sigaretta. Un uomo, fermo ad una fermata che non era la sua, lo squadrò sdegnato, facendo no con la testa.

— Che guardi vecchio? Vuoi una foto? Aspetta pure il pullman dai, che tanto oggi c’è sciopero!, e sghignazzò del solito scherzo che ripeteva ad ogni fermata.

Si grattò il pettorale gonfio, grazie alla palestra.

Anche questa vicenda che sono tutti vecchi l’aveva elaborata da un po’.

— Ma guardali, sono tutti lì, con la faccia da ebeti, tutti uguali, tutti a fare la stessa cosa, a faticare per cosa? Per niente. Io voglio solo fare soldi, voglio diventare qualcuno: questo è essere vivi. Essere qualcuno, essere rispettato. Io ho personalità! Io!

Mentre faceva questo ragionamento, vide un uomo al bordo della strada.

Era in ginocchio con un cartello in mano su cui c’era scritto: Ho fame, ho famiglia, non ho niente. Aiutatemi per favore. Grazie 1000.

Jack si fermò davanti a lui e si gonfiò in tutta la sua giovinezza. Poi esplose.

— Sei italiano?, sentenziò violento

— Sì.

— Allora trovati un lavoro! Trovati una ragazza bacarozzo! Che fai qui a chiedere l’elemosina. Sei italiano, ITALIANO! VERGOGNATI!, e con un calcio gli fece saltare il padellino con le monete.

Giacomo ce l’aveva questa cosa dell’essere italiano. Non che sapesse qualcosa di patriottismo o razzismo, ma usciva di testa quando vedeva certe cose: perché lui sapeva come andava il mondo.

Aveva visto documentari e video su Facebook e sapeva tutto sull’economia, sull’Italia, sull’euro e sull’economia in generale. Sapeva tutto.

E non certo grazie alla scuola. Su questo argomento aveva steso da tempo un velo pietoso.

Ci andava solo perché almeno tra quelle quattro mura decrepite poteva fare i fatti suoi, cioè quello che voleva: nulla.

L’unico posto educativo per lui era la palestra.

Lì sì che si faticava per qualcosa, si compivano sacrifici utili.

5.

Era quasi arrivato alla fermata dell’autobus. Naturalmente non aveva il biglietto, perché chi ha mai visto che si debba pagare il biglietto.

Aspettò qualche minuto e, con la coda dell’occhio, vide il barbone di prima raccogliere le sue cose e alzarsi.

Il pullman arrivò puntuale. Jack sputò per terra e salì. Scorse ancora il barbone che corricchiava, quasi che volesse prendere anche lui il pullman.

— Patetico, e salì con un salto.

Il mezzo era semi pieno, ma non si fece problemi a farsi largo tra i suoi coetanei, fino ad un posto dove c’era un ragazzino delle medie.

Lo prese per il manico della cartella e senza una parola lo fece alzare violentemente sedendosi al suo posto, nel silenzio più generale.

Jack Barabba quando saliva sul pullman, si doveva sedere. Se erano tutti occupati, uno per magia si liberava. E stavolta era toccato ad un ragazzino delle medie, sparire dalla sua vista.

Ora Giacomo poteva rilassarsi, sonnecchiando seduto sul suo trono personale. Le fermate da passare erano cinque e Jack dormicchiava, giocando con il sole che faceva a gomitate con il vetro sporco del pullman.

Prima fermata. Le porte si aprirono.

Jack si stiracchiò, quando, incredulo, si sentì prendere per la giacca.

— Ehiehiehiehiehiehiehi!, protestò violentemente.

Il tempo di una parola e si trovò sollevato da terra, con il sedere per aria, preso per la cinghia dei pantaloni e, in men che non si dica, si schiantò sul marciapiede della fermata, fuori dal suo pullman.

Un boato e applausi accompagnarono i secondi più assurdi della vita di Jack.

Non era quella la fermata giusta e soprattutto non era quello il modo in cui sarebbe dovuto scendere.

Il tempo di sentire le sue ossa scricchiolare e il sangue caldo scendere dal naso e sputò fuori un’ondata di rabbia.

— Ma chi porca zozza ti credi essere razza di un perver…

Non finì la frase, che il suo sguardo cadde su chi avesse compiuto un tale abominio: rimase basito a vedere l’uomo che aveva definito pezzo di idiota, qualche minuto prima, quello che chiedeva la carità, quello che corricchiava per prendere il suo stesso pullman.

Evidentemente lo aveva seguito.

— Ma che diavolo stai facendo barbone schifoso, come ti permetti? Guarda il mio naso, lurido bavoso!

L’uomo non lo ascoltava: lo prese per il collo e lo attaccò, alla palina del bus.

A Giacomo cominciava a mancare l’aria.

L’uomo aprì bocca e la voce che uscì era tutt’altro che amichevole.

— Ora piccolo bastardello ti spiego una cosa. Per prima cosa ti faccio una domanda e se non mi rispondi, ti lascio attaccato qui alla palina degli orari e sono tutti cazzi tuoi, ok?

— Mmhh lasci…ami!

— Rispondi: quale legge segui, te pischello da quattro soldi! E non dirmi nessuna, chiaro?!

— Io … seguo …. la mia… Sono … io che detto legge … qui!

— Ok! Oggi hai capito che la tua legge patetica  fa acqua da tutte le parti. Se incontri uno più grosso di te, tutto va a rotoli nel tuo misero mondo. Perché ora comando io su di te, ok?

— Muori, blaterò Jack.

L’uomo aveva gli occhi infuocati.

— Ora vediamo cosa sai fare, bamboccio.

Lo lasciò andare, facendolo cadere con il sedere dolorante sull’asfalto.

6.

I pochi passanti erano impassibili, come fantasmi.

Jack riprese un po’ di fiato e fissò lo sguardo dello sconosciuto.

Il ragazzo stava muto, annaspando in una palude di sconforto e rabbia.

— Che cosa vuoi, animale?, ringhiò.

— Primo non sono un animale; secondo, che cosa vuoi TU da tutti!? Perché da oggi sei nessuno. Hai perso. La tua regola è andata a farsi benedire. Dunque spiegami ora cosa vuoi fare: il pidocchio di secondo rango? Occhio, che in giro ce ne sono di più grossi di me, e in classifica, da adesso, sei in discesa, cretino!

Jack pensava, pensava: era allibito, senza parole.

E spesso un guerriero silenzioso, è un guerriero inutile.

Non aveva nessuna battuta pronta. Era tutto dolorante nell’anima e nel corpo.

Alzò lo sguardo e squadrò l’uomo che lo aveva atterrato, umiliato: sembrava un vichingo e parlava come un samurai.

— Infame…

Il vichingo aprì il braccio e fece piombare uno schiaffo terrificante sulla guancia sinistra di Jack.

Giacomo rispedì indietro un’onda di lacrime.

Il samurai pronunciò la sentenza.

— Lo sai perché nel medioevo l’investitura dei cavalieri finiva con uno schiaffo?

— Che diavolo c’entra ora il medioevo: vuoi pure farmi una lezione di storia?, balbettò Giacomo.

L’uomo ripeté la domanda con gli occhi.

Il ragazzo fece segno di no.

— Bene, te lo dico io: lo schiaffo serviva perché il nuovo cavaliere si ricordasse per sempre il momento della promessa fatta al suo signore. Altro che bomboniera. Uno schiaffo! Hai capito? Uno schiaffo, a cui lui non avrebbe dovuto rispondere.

— Ma che diavolo c’entra? Cosa vuoi da me?

— Me ne infischio di te e delle tue domande patetiche! Cosa vuoi TU dal mondo? Questo è quello che conta ora. Perché da oggi sei un cavaliere. Come me. Mi dispiace, hai incontrato la persona sbagliata, che però ti ha preso sul serio e ti ha reso qualcuno: lo capisci almeno questo?

Jack non capiva; non comprendeva quelle parole.

Una cosa però l’aveva capita: quello schiaffo non se lo sarebbe dimenticato e neanche quell’uomo.

Era tutto così misterioso.

Sentiva di avere perso, ma quando l’uomo lo aiutò ad alzarsi qualcosa era cambiato.

L’uomo gli tolse le macchie di sangue dalla faccia e la polvere sulla maglietta.

Si fissarono.

— Ora vieni con me.

— Ma devo andare a scuola!

— Ma che sei diventato un bimbominchia ora! No! Oggi si taglia scuola.

Jack non ci credeva che stava seguendo uno sconosciuto che fino a una ventina di minuti prima era a terra a chiedere l’elemosina.

L’uomo camminava con un passo quasi militaresco.

Dopo un po’ si accorse che si stava dirigendo verso la scuola media del paese.

Entrò dalla porta principale. Borbottò qualcosa con il bidello: forse erano vecchi amici.

L’uomo li lasciò salire al secondo piano, seguendo con lo sguardo quella strana coppia.

Jack era sempre dietro il suo misterioso samurai.

Questi si fermò improvvisamente, davanti alla porta di una classe, la I E, e si girò verso il bulletto.

— Ora entri qui dentro e chiedi scusa al ragazzino a cui rubato il posto sul pullman.

Jack strabuzzò gli occhi.

— Ohhhhhh, ma sei scemo! Piuttosto massacrami di botte, ma io una dignità ce l’ho ancora!

— Stai tranquillo che lo farò se non entri. Però pensa: fino adesso hai sempre combattuto uno contro uno, e l’altro uno era molto più debole di te. Ora sei uno contro 28, più il prof., che cercherà di sbatterti fuori, conoscendo la tua fama di stronzetto e di spaventapasseri di gagni. Ce le hai le palle per fare una cosa giusta per la prima volta, o vuoi rimanere il parassita che vivrà solo di piccole cazzatelle, delle quali il mondo non si ricorderà mai. Adesso puoi entrare nella storia. Puoi rinascere cavaliere.

A Jack girava la testa. Non ci stava capendo nulla. Ma lo schiaffo gli bruciava ancora.

Pensò un attimo.

Si morse il labbro inferiore fino a farlo sanguinare. Per la prima volta aveva paura: era di fronte a qualcosa di più grande di lui.

— Cacchio!, fu l’ultima parola che disse.

Poi entrò nell’aula senza neanche bussare.

7.

Quando uscì, aveva lo sguardo fiero. Di una fierezza indescrivibile.

Ora era Giacomo. Giacomo il Misericordioso.

— Figo!, disse Jack.

Ma il suo uomo, oramai, era scomparso.

Come un vero samurai.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...