LA PAURA NON FA 90

Mi ricordo la prima volta che sono andato allo stadio: faceva freddo e tenevo per mano mio padre. Non avevo mai visto tanta gente assieme.

Più mi avvicinavo all’entrata, meno sentivo il freddo e più stringevo la mano di mio padre.

Mi ricordo tutta quella folla a me sconosciuta, ma con gli stessi colori addosso.

Mi ricordo un bandierone gigante con solo due stelle al centro. Rimasi confuso quando mi sfiorò la faccia, mosso dal vento.

Mentre salivo i gradoni dello stadio sentivo come un rimbombo, una voce unica di cui non capivo le parole, ma che aumentava sempre di più.

Un petardo mi fece fare un passo indietro, poi ripresi a camminare, col fiato che mi mancava.

L’odore. Indimenticabile: un misto di fumogeni, nebbia e freddo. Tutto sembrava ovattato, come quando ti metti le cuffie sulle orecchie e tutto viene attutito. O come quando nevica.

Poi, all’improvviso, quel verde. In mezzo al grigio, il verde del campo.

Stavo per piangere. Un verde bellissimo. Illuminato dai grappoli dei riflettori, accecanti.

Quel verde non lo dimenticherò mai.

Poi una voce di speaker, cori che non capivo da dove provenissero… sessantamila persone insieme non le avevo mai viste.

Botti, bandiere, applausi, fischi. Erano tutti veri, non come quando li sentivo alla radio, o due o tre volte alla televisione.

A quel punto piagnucolai. Non capivo più niente, ma mio padre non se accorse.

O finse di non accorgersene.

Ma di una cosa mi accorsi io: tutti erano lì con uno scopo. E io ero d’accordo con tutti.

Tutti guardavamo la stessa cosa e volevamo la stessa cosa: che da quel tunnel bianco, con sopra scritto ARISTON, uscisse la nostra squadra. In quei momenti vivevo per lei, per quell’attimo. Poi potevo anche andare a casa. Ma li volevo veder uscire.

E uscirono.

Li riconobbi uno a uno: dal passo, dal ciondolare della testa, da come si mettevano la maglietta nei calzoncini, da come si legavano le scarpe, da come calciavano. Quel calcio al pallone… mi fece impressione. Si sentiva calciare il pallone e non era lo stesso rumore di quando calciavo io il pallone.

Quel rumore… anzi quel suono era bellissimo, come il verde del campo, come il bianco delle linee, come il bandierone con le stelle che ora mi appariva così lontano e sembrava mi salutasse. Della partita non ricordo quasi niente, ero bloccato. Mi alzavo, mi sedevo, mi alzavo, mi sedevo.

Ero in un’onda con sessantamila persone che gridavano, discutevano, imprecavano.

Mi ricordo solo che perdemmo contro una squadra scarsissima.

Il silenzio dopo il gol degli avversari era assordante. La paura di quando il pallone entrava nella nostra area si poteva sentire come il respiro del mio vicino, come il mio cuore che batteva come mai aveva battuto. Ma tutti speravano, disperavano, speravano, disperavano.

Alla fine disperavano solo. Ma era una disperazione collettiva, non ero da solo.

E io ero disperato.

A quel tempo avevo dieci anni. E per un mese parlai di quella insignificante sconfitta. Non c’era altro nella mia testa.

Ora sono passati più di vent’anni e quel primo istante si è ingigantito. Quella prima passione è cresciuta. Eppure è solo un gioco.

Penso che ci siano stati anni in cui aspettavo solo la domenica. Eppure è solo un gioco.

Però è un gioco in cui, almeno per 90 minuti. Hai di fronte 11 uomini per cui daresti tutto e sei con gente che darebbe tutto per loro e per te. Che vedi lottare, attaccare per 89 minuti e magari subire un goal all’ultimo istante.

Oppure difendersi per 90 minuti, perché vedi un avversario più forte: e loro stringono i denti, rischiano ogni secondo, si picchiano come un pugile alle corde, ma non cadono e tu te lo ripeti piano, poi sempre più forte Non dovete cadere!.

E poi magari cadono, oppure no. Vedi giocatori che non ce la fanno più a continuare a correre e a calciare, e tu con i tuoi muscoli, nervi, spasimi, cerchi di sostenerli, di spingerli, di sostenerli quando inciampano.

E ti esalti per qualsiasi cosa: uno stop riuscito, una scivolata che fa alzare tutta la tribuna ad applaudire, come fosse un’ondata dell’oceano, un colpo di testa che spazza l’area e spezza la paura, un dribbling riuscito che Dio mio se potessi ti porterei a casa in braccio; oppure una parata impensabile, un lancio di 40 metri che dici Ma dov’è il telecomando che ha pilotato il pallone là; oppure una finta che ti fa godere, anzi di più.

Ami e odi lo stesso giocatore nel giro di qualche secondo: prima lo insulti, gli dai del ciccione — alcolizzato – pigro – idiota – traditore della patria — palla al piede da buttare in un buco nero; poi, sul capovolgimento di fronte, gli faresti una statua da mettere vicino alla Statua della Libertà.

Tutto questo per un gioco. Sì. Perché risveglia qualcosa che negli uomini si chiama orgoglio, senso di appartenenza, onore, voglia di vincere, spirito di lotta.

Certo non è la realtà della vita, però evoca qualcosa di grande, che nella vita c’è.

Ci sono giocatori che, da come giocano, ti fanno vedere come vorresti affrontare le cose.

Ci sono uomini che da come giocano ti fanno amare di più tutto. Sempre di più.

Stop. Palla in centro e si gioca.

1 Comment

  1. Io ricordo che stringevo forte la mano di mio padre quando entravamo all’Olimpico , il sole impietoso sulla testa in curva, il grido “cornuto” all’arbitro con grande soddisfazione, il sorso di caffè Borghetti che riuscivo a rubare, il fastidio se quello davanti non stava seduto e non mi faceva vedere il gioco…

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