COSI’ BELLISSIMA

1.

Il giorno stava per finire. Perché anche i giorni finiscono ed è cosa risaputa.

Charles questo lo sapeva bene. Come sapeva bene che quel cielo sopra di lui era preludio di neve che non si era ancora concessa agli uomini.Nemmeno oggi.

Il cielo si gonfiava di nubi bianche che curiosavano sui tetti della città, tra i comignoli e tra le tegole sporche.

Charles aumentò il passo, scivolando qualche volta sulle lastre di pietra che componevano il marciapiede di quelle vie, note e stranote.

Come i pensieri, noti e stranoti, che rombavano come motori nella testa del ragazzo, stanco dopo una giornata di lavoro.

Lentamente Charles si fermò davanti alla porta che lo avrebbe portato dai suoi nonni.

Il campanello lo fissava, mentre lui cercava di tirare fuori la mano dai jeans, un poco a fatica.

La sinistra era già sommersa dalla nebbia piena di umidità.

Teneva stretto un sacchetto di plastica con dentro un regalo a dir poco ridicolo – Ma necessario! — continuava a ripetersi Charles.

L’ascensore era il solito vecchio ascensore, indistruttibile. Quante volte aveva aperto e chiuso quelle ante: i rumori oramai gli erano amici, quasi fiabeschi, familiari. Di una familiarità a pelle, penetrata nelle ossa, a cui il cuore era legato a doppia mandata. Come la serratura che sentì aprirsi al terzo piano.

Una serratura unica, primordiale e perfetta, come solo suo nonno sapeva inventare.

La nonna di Charles nell’ultimo periodo era peggiorata, ma, come capita alle famiglie che hanno visto tutto, questo non spaventava suo nonno. Anzi, si faceva in quattro come mai si era fatto.

E non era mai stato uno che si fosse risparmiato. Anzi.

Cucinava, lavava, faceva la spesa: tutto per sua moglie che da qualche tempo, lo riconosceva a fatica. Ma per lui non era un guaio: era sua moglie. La sua regina.

Anche con la badante, incredibilmente, non c’erano stati problemi.

Oramai era la sua ombra. Dove non arrivava lui, lei era il sostegno. Un angelo insomma.

Non per modo di dire, chiaro. Un angelo custode. Alla faccia di tutti quelli che dicono che gli angeli custodi non esistono.

— Se non è un angelo lei, si ripeteva Charles, cosa cacchio è!

Perché ci sono cose che si capiscono solo vedendole: certi gesti, certi silenzi, certe frasi, certi sguardi: una tempestività inspiegabile, un ordine divino, una discrezione che non poteva avere lacci solo terrestri…

— Naaaaaa, qui c’è odore di angelo custode in carne ed ossa!, si ripeteva il giovane da tempo.

Intanto, si era seduto sulla sedia, in un angolo.

Al tavolo era spuntata la solita Fanta, un po’ sgasata. Dopo poco, emerse, dalle mani cavernose del nonno, un bicchiere, troppo piccolo per qualsiasi bevanda, ma giusto per una Fanta sgasata.

La nonna era seduta dall’altro lato della stanza.

Anni prima, passava ore a cucire, a smanettare con i ferri della lana come una formichina raccoglitrice, alla luce di qualsiasi sole.

Ora guardava fissa quelle azioni che avvenivano nella stanza con uno sguardo pieno di fanciullezza e stupore: tutto era nuovo per lei. Si stupiva di ogni cosa, come accadesse per la prima volta: eppure erano azioni ripetute da decenni, sempre uguali.

Ora nulla per lei era uguale. Tutto era nuovo.

Charles si rigirava tra le mani il sacchetto, finché si decise a parlare.

2.

— Ciao nonno. Tutto bene?

Frase decisamente inopportuna, ma il nonn0 lasciò correre.

Era abituato da molto tempo a lasciar correre.

Non per superficialità, ma perché i nonni sanno quando bisogna lasciar correre.

Sono i giovani a non saperlo fare. E di questo Charles era grato.

— Certo, Charles. E versando la Fanta aggiunse:

— Un altro Natale. Cosa vuoi di più?

Il nipote sorrise.

— Diamine se vorresti di più nonno…

Ma la frase rimase strozzata nella gola del ragazzo e gli occhi si inchiodarono su quello specchio che erano le lenti della nonna.

— Nonno… senti… ma… ho visto il presepe in chiesa, a Santa Giulia… come al solito si vede la tua mano.

— Ehhh… ma quest’anno ho fatto poco…

— Beh… anche quando fai poco… fai quasi tutto! Eri sempre lì!

— Eheheheh… ma quest’anno è l’ultima volta che lo faccio. Oramai faccio fatica.

Era almeno quindici anni che lo diceva, e poi era sempre lì. Sulla scala, sul trabattello, a spostare, a montare, a scaricare, a scegliere, a litigare, ad arrabbiarsi, a sbuffare.

Ma sempre lì.

— Comunque, nonno, non hai fatto il presepe in casa quest’anno…

Charles l’aveva sparata grossa. Due occhi azzurri si sollevarono e lo inchiodarono al sacchetto di plastica che stringeva forte, per non farsi trascinare via.

— Hai ragione… ma non ho avuto tempo di scendere in cantina a prenderlo.

Risposta da telegrafista. O da ex operaio FIAT. Alle presse.

— Comunque nonno, se vuoi ti ho portato un piccolo presepe, così almeno non devi preoccupartene….

Gli occhi azzurri si fermarono sulla nonna, che si mostrava inquieta.

— Hai sentito nonna, un regalo!

L’attenzione dell’anziano si girò verso il nipote e sorrise, principesco.

Charles tirò fuori la cosa. Un presepe, se così si poteva chiamare, dentro una di quelle bocce di plastica che quando giri scende la neve. Tristissimo, e Charles se ne rese subito conto.

— Come cacchio posso mai avere pensato ad una cosa così ridicola…, pensò silenzioso.

Chiuse gli occhi e non osava alzare lo sguardo.

Charles sentì che suo nonno si era alzato. Si stava avvicinando a lui: gli prese dalle mani la boccia.

— Grazie.

Colpo di pressa delle mani e la boccia finì sullo scaffale, dove solitamente era collocato il presepe.

— Domani scendo a prendere il mio presepe e lo costruisco.

Charles alzò la testa su cui si era accasciata la mano destra del nonno, di cui sentiva ogni singolo anno di vita.

3.

Charles non aveva mai visto come suo nonno costruiva il presepe.

Un giorno non c’era, il giorno dopo sì.

E anche questa volta andò come era andata sempre.

Qualche giorno dopo, era belle che fatto. Misteri dell’architettura celeste.

Miracoli umani. Roba che non si può capire: è inutile spaccarsi la testa.

Il presepe non era grande, ma era molto bello. Molto falegname. Molto operaio.

Non c’era nessuna pretesa di prospettiva, di gradualità, di coerenza.

Tutto ti chiamava ad essere partecipe di qualcosa di fisico.

Le statuette erano perfette: c’era anche il laghetto fatto con uno specchietto, fissato tra il muschio. Ti ci rispecchiavi, tra un’ochetta e una papera.

C’erano i pastori, tutti quelli necessari, con le pecorelle fatte di un materiale indescrivibile. C’erano gli angeli appesi con ferretti di acciaio vero. Inossidabile, come gli angeli.

C’erano le casette, poche, di legno pesante capaci di resistere ad ogni tempesta.

C’era il fiumiciattolo di carta brillante. Acqua santa.

Luci, poche. Mica siamo a Las Vegas.

La capanna: sobria, come deve essere la capanna della Sacra Famiglia.

E poi un verde fosforescente, che faceva da tappeto alla capanna. Ed era unica cosa che ti faceva chiedere: — Ma cosa ci fa lì quel verde fosforescente?

— È inguardabile, pensò il nipote. Charles rimase a guardarlo.

— Bisogna cambiarlo… — continuò tra sé e sé —forse è scolorito col tempo e nonno non ha voglia di cambiarlo… roba delicata… bisogna smontare tutto il terreno della capanna.

Il nonno di Charles era a contemplare l’opera, con le mani dietro alla schiena. Sembrava uno dei pastori.

Aprì bocca:

— Con tutto il rispetto, questo è meglio del tuo di ieri.

Charles sorrise. Come si sorride tra uomini. Solo tra uomini.

Il ragazzo si sentiva come l’ultimo pastore, arrivato affannato, incredulo fino all’ultimo all’annuncio degli angeli.

Il nonno riprese:

— Senza quel verde non sarei qui a parlarti, ora. È l’interno dei guanti con cui sono andato e ritornato dalla guerra in Russia. Quel verde mi ha salvato le mani e tutto il resto.

Charles colpito e livido, abbassò lo sguardo su quelle due mani impregnate di secoli.

Mani potenti e lavoratrici. Mani instancabili.  Mani che amavano tutto ciò che sfioravano. Mani levigatrici di opere a somiglianza di Dio.

Mani senza un dito, donato a chissà chi. L’uomo, che dominava oramai tutta la stanza con una regalità prorompente, riprese:

— Nonna ha scucito l’interno dei guanti di lana e l’ha messo come sfondo nella capanna di Gesù. Se ha resistito all’inverno russo, riscalderà per bene quel Bambino.

4.

Charles alzò lo sguardo.

Non aveva mai visto un verde più bello.

Emanava caldo ovunque e quel verde lo esaltava. Avrebbe voluto essere dentro quella capanna per sentirlo sulla pelle. Avrebbe voluto avvilupparcisi dentro.

Ma gli bastò baciare suo nonno, prima di andarsene, con negli occhi la nonna, seduta vicino al termosifone, che aveva cucito, tempo fa, il tappeto verde per la capanna, scucendolo da un paio di guanti distrutti da una guerra, ma anche loro tornati a casa. Con il loro padrone.

Chissà come il nonno lo aveva chiesto a sua moglie.

Chissà da che parte del cuore gli era uscita quella richiesta così assurda, così bellissima.

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