CHIEDI ALLA POLVERE, J.FANTE

Quando la storia finisce male, uno non ci vuole mai credere.

E allora bisogna chiedere alla polvere. Lei, che è misera, povera, muta, a terra garantirà per la storia.

Questo chiede Fante alla polvere. Racconta tu la vicenda della sua povera storia d’amore. Sì, perché la storia di Bandini, autore di discreto successo, finisce male e solo la polvere può fargli da garante, da testimone.

Lui scrive, prega, ama, lotta contro la fame e litiga con il successo. Ma quella donna messicana non ne vuole proprio sapere di amarlo: preferisce le botte e gli insulti di un amante malato, oramai ai margini della società, piuttosto che l’amore pieno di desiderio e vuoto di passione selvaggia di Arturo Bandini.

Strano destino il suo amare: non riuscire a possedere forse l’unica donna che ha amato nella vita: una cameriera messicana un poco sciatta ma che scatena in lui il desiderio di amare.

Si inseguono, si perdono, si ritrovano si abbracciano, si baciano, litigano, sognano, si gridano contro, passano ore in silenzio, passano serate romantiche in spiaggia, si insultano senza ritegno nel bar dove lavora lei. Lui la scaraventa fuori di casa, la va a riprendere spersa in una nuvola di droga, si fa abbandonare in strade sconosciute, la accompagna dal suo amante violento. Ma nulla sembra riuscire a tenerli legati, nulla sembra dividerli definitivamente. Fino all’epilogo finale.

Nel frattempo lui ha una sua vita: pensa, scrive, lotta per mangiare, lotta contro Dio, lotta per scrivere. Beve caffè disgustosi, sputa dentro birre improponibili. E scrive e mangia arance.

I giorni grami, i cieli azzurri senza mai una nuvola, un mare di azzurro giorno dopo giorno, e il sole che lo solca. I giorni dell’abbondanza… abbondanza di preoccupazioni, abbondanza di arance. 

Il tutto in una Los Angeles immobile e polverosa di sabbia desertica che abbraccia le vicende di questo ragazzo che litiga perfino con le scarpe di lei, troppo “messicane”, le huarachas:

Los Angeles, dammi qualcosa di te! Los Angeles, vienimi incontro come ti vengo incontro io, i miei piedi sulle tue strade, tu, bella città che ho amato tanto, fiore triste nella sabbia.

Bandini vuole solo vivere e amare:

Volevo vivere. Dio non prendermi proprio adesso!

Che fare allora? Alzerò la faccia al cielo, balbettando e farfugliando con voce impaurita? Mi scoprirò il petto e lo percuoterò come un tamburo per attirare l’attenzione del mio Cristo? O non è più ragionevole che io continui il cammino? Ci saranno momenti di confusione e  momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata solo dalle lacrime che come uccellini bagnati cadranno ad ammorbidire le mie labbra aride. Ma ci sarò consolazione e ci sarà bellezza, come l’amore di qualche fanciulla.[…] tutto mi sarà perdonato, quando farò ritorno alla mia terra sul mare.

Amare:

Ah Camilla! Apri le tue lunghe dita e ridammi la mia anima stanca.

Bandini per amore, per riavere quell’anima stanca, arriverà a commuoversi per il suo stesso rivale in amore, per l’umanità intera che lo considerava un povero scrittore destinato alla fame:

Davanti a me c’era la muta tranquillità della natura, indifferente alla grande città; oltre queste strade, attorno a queste strade, c’era il deserto che attendeva che la città morisse per ricoprirla di nuovo con la sua sabbia senza tempo. Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Il deserto era lì come un bianco anima e paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà  vacillassero come fiammmelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell’umanità e fui contento di farne parte. Il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto.

Bandini decide infatti di lottare con il suo male, insieme al suo male, contro il suo male. Ma l’esito sarà drammatico. Tutto il suo sforzo, l’apice del suo sforzo sembrerà sgonfiarsi, misero. Ma con un epitaffio speciale:

A Camilla, con amore, Arturo.

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