LA MILLEDUESIMA NOTTE, J. ROTH

Un evento straordinario si  prepara ad investire Vienna, in un anno non ben precisato dell’800.

Lo Sciahan-Scià, imperatore di tutti gli stati della Persia, cominciò ad avere un disagio mai prima conosciuto.

Questo personaggio al limite del fiabesco soffre di desiderio. Lo stesso capo degli eunuchi Patominos gli diagnostica la terribile malattia:

Ma che giova all’uomo un corpo sano, se la sua anima soffre di desideri?

E allora parte il treno delle meraviglie, che illumina per una settimana la capitale dell’Impero asburgico addormentata nel torpore della sua lenta decadenza. Tutto freme per soddisfare il desiderio dello Scià.

Come insondabile deve essere l’arte di amare degli occidentali. Che complicata raffinatezza non coprire i volti femminili. che cosa c’era infatti di più segreto e di più scoperto del volto di una donna. […] ciascuna era una pietra ben custodita e preziosa.

Ma tutto ciò nel mondo occidentale sembra, è impossibile. Non si può soddisfare desideri così, a piacere. Eppure lo Scià era deciso.

Finalmente ne rimase una. La contessa W.

A questo punto scatta il caos. Una contessa trattata come concubina, ciò è impossibile e il Barone Taittinger lo sa. Per questo cerca una sosia della Contessa W tra le concubine occidentali, cioè tra la prostitute: e trova Mizzi, donna tra l’altro da lui amata perchè somigliante alla alla misteriosa Contessa W e da cui aveva avuto un figlio. Ma questa è solo cornice per il Barone. C’era un problema da risolvere.

E infatti tutto va come deve andare, fatta eccezione che dal giorno della partenza della Scià tutto crolla. I personaggi ricadono nella meschinità più profonda. Neanche la collana lasciata in regalo dall’imperatore d’Oriente ridona uno splendore oramai velato, nascosto, imbrunito. Al contrario, porta Mizzi ad entrare in traffici illeciti e a finire in carcere.

Il Barone non sapeva se era una maledizione o una benedizione che lo spingeva là; se amava la contessa o piuttosto la Mizzi; anzi, se amava addirittura; e se addirittura fosse ancora il Taittinger di una volta. Mancava poco e si sarebbe classificato da sé nella terza e ultima categoria umana, quella dei “noiosi”.

Fino a quando Taittinger decide di “intraprendere dei passi”:

Per la prima volta in vita sua il Barone Taittinger doveva provare che cosa vuol dire ‘intraprendere dei passi’. Nella vita militare non si intraprendevano dei passi, tutto vi era regolato.  […] Ma nella vita borghese si dovevano spesso intraprendere dei passi. Ogni tanto bisognava rimediare da soli a una situazione perché evidentemente le leggi non avevano il compito di regolare la vita degli uomini ma, al contrario, di portarvi il disordine.

E il passo è andare a trovare Mizzi. L’incontro è surreale.

Dalla porta rimasta aperta Mizzi Schinagl entrò in direzione. Essa si spaventò terribilmente[…] ma un’intensa gioia la inondò, e poi subito una vergogna altrettanto intensa. Rimase così per alcuni lunghi secondi, con le mani davanti agli occhi. le sembrava che se avesse staccato le mani dal viso non avrebbe più visto Taittinger. […] Taittinger era smarrito come mai in vita sua. […] si avvicinò con passo elastico e lei lo vide venire attraverso le lacrime; un angelo in completo grigio si librava verso di lei.

[…] i suoi capelli si drizzavano in ciuffi rigidi, ispidi irregolari e Taittinger fece fatica a non retrocedere d’un passo. Orrore e pietà lo riempirono, lo inondarono. Sì, pietà.

Ma da questo momento la vita del Barone crolla. Accusato di aver architettato l’inganno allo Scià, di aver messo incinta una donna, perderà tutto. Il figlio avuto con Mizzi inoltre gli rovinerà l’esistenza, caricandolo di debiti e grane da risolvere. Tutto per soddisfare un desiderio dello Scià.

Taittinger aveva sciupato una, due, tre o anche dieci ore della sua vita; ora non era più possibile rimediare. […] Fa il saluto per l’ultima volta! osservò. E’ poi così grave non ricevere più il saluto militare? era una vita che finiva così. Come un moribondo si stacca dal suo corpo, così il soldato  depone l’uniforme. già, la vita borghese!… ma era un aldilà ignoto, forse pauroso.

l’ultimo ostacolo alla fine del Barone oramai decaduto era forse l’unica donna che aveva amato: Mizzi. La donna oramai era uscita dal carcere e aveva trovato lavoro presso una “giostra” che rievocava la venuta dello Scià: lei era la star. Ma mancava Taittinger. La solitudine era devastante: il figlio che passava da lei era impertinente e il suo Barone lontano.

Taittinger oramai era al limite: il disonore della radiazione dall’esercito incombeva come una scura sulla sua tesa. Il tramonto dell’Impero era il suo tramonto.

Troppo tardi aveva imparato a guardare, e ora vedeva pericoli grandi e piccoli dappertutto. Azioni compiute senza riflettere, ghiribizzi innocenti, frasi buttate là con leggerezza e precauzione tralasciate lì per pura indifferenza si prendevano ora una tremenda vendetta. Il mondo ormai non era più così semplice come prima, sopratutto nel momento in cui aveva smesso l’uniforme. ormai non c’erano più soltanto tre semplici categorie di persone: i simpatici, gli indifferenti, i noiosi, ma c’erano anche soprattutto gli irriconoscibili.

Lui inesorabilmente stava rotolando nell’irriconoscibile. Non era più quello che era stato fino a quel momento, non lo sarebbe più stato e non avrebbe più potuto fare niente per Mizzi, divenuta una piccola marionetta nel teatrino della “Favorita dello Scià”.

Taittinger si era smarrito nella vita.

Può avvenire a volte. Ci si smarrisce! E questo fu l’unico necrologio per l’ex capitano di cavalleria Alois Franz von Taittinger.

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