EPPURE CONTINUAVA A CORRERE

 1.

Correva da qualche minuto lungo il viale.

Angelo era totalmente sudato, come una spugna immersa nel secchio di una lavandaia.

I pori del suo corpo, come cascate islandesi, rilasciavano rivoli di acqua calda che correva lungo la schiena, lungo i fianchi, lungo il torace. Sarebbe potuto evaporare da un momento all’altro.

Eppure non si fermava.

Il respiro continuava ad essere abbastanza regolare, anche se i muscoli cominciavano a lamentarsi con una certa insistenza.

Fece una curva quasi in derapata e sullo slancio con la spalla toccò un palo segnaletico che vibrò simile ad una corda di chitarra: il suono lo accompagnò per qualche metro. Poi di nuovo silenzio.

Solo il ritmo del suo fiato e un sempre più pesante ansimare seguivano l’uomo, che qualcuno avrebbe tranquillamente potuto scambiare per un centometrista o un ladro, con la refurtiva ancora calda sulla coscienza.

Ma Angelo non era nulla di tutto ciò.

Era semplicemente un uomo che, al momento, stava strappandosi i polmoni di dosso, in una corsa che aveva una meta.

Angelo oramai saltava i semafori, allo stesso modo con cui saltava i suoi cinquant’anni, così belli e robusti.

La moglie, quando lo aveva visto partire, gli aveva solo detto di rispettare i semafori.

Ma ora quella santa donna di Ilaria non c’era, per cui i semafori poteva allegramente balzarli : certamente Ilaria lo sapeva che quella risposta, data in tutta furia, mettendosi quelle scarpe, le sue solite scarpe da passeggio, era falsa.

— Ma va bene lo stesso, pensò mentre gli passava il cellulare quasi scarico, a quell’ora della notte. E, sempre allo stesso tempo, si ripeteva che ogni tentativo di fermare Angelo sarebbe stato impossibile.

Gli diede un bacio caldo sulla guancia e si chiuse in un’attesa femminile stupenda.

2.

La telefonata era arrivata alle 23.17.

Angelo stava svestendosi per andare a dormire, dopo aver tirato giù dal paradiso tutti i santi nel tentativo, vano, di vedere la sua squadra di calcio vincere.

Poi, sbattuto il telecomando per terra, aveva spento la televisione e si apprestava a seguire la moglie a letto.

Alle 23.17 la telefonata.

— Sì? Oliviero!? Certo. Sì. Sì! Ok arrivo!

Tutto a quel punto sembrò un film montato al contrario: scese dal letto, si rivestì ripercorrendo la scia di vestiti lasciati in giro per la stanza e, solo a questo punto, si rivolse ad Ilaria.

— Cara, era Oliviero.

— Caro, l’avevo immaginato. Vai tranquillo. Rispetta però i semafori: di notte è troppo pericoloso far finta che non esistano.

— Ma certo amore. Non ti preoccupare.

Come un gattone, scese le scale tre gradini per volta e, uscito dal portone, si lanciò come una lepre.

Ilaria nel frattempo disse un Angelo di Dio e si sedette sul divano, accoccolandosi sotto una coperta, in attesa.

Angelo sapeva che, se Oliviero chiamava, doveva andare.

Oliviero era uno di quei matti che non sono tanto matti: o almeno, il mondo li crede matti ma, se li conosci un poco, capisci che non sono proprio matti. Insomma, per Angelo, Oliviero non era matto: era solo un po’ strano, aveva certe fisse, tutto qui.

Il problema era che quando la fissa si fissava, a quel punto bisognava sfissarlo: bastava avere un po’ di pazienza, tutto qua.

E Angelo di pazienza ne aveva da vendere: se poi c’era qualche angolo da smussare, Angelo era in grado di smussarlo, con delicatezza.

— Questo mondo manca solo di delicatezza, pensava spesso Angelo.

Oliviero!

Come un tuono il grido di Angelo si scagliò tra le luci dei lampioni contro il buio.

Oliviero era fermo sul marciapiede, vicino ad un semaforo lampeggiante.

Angelo frenò la corsa e cercò di ricomporsi un attimo, anche se oramai era irrimediabilmente distrutto dalla corsa. Rallentando il passo, si accorse solo ora di una luna strepitosa e di alcuni filamenti di nuvole che riflettevano il suo bagliore bianco latte, come quello della sua gatta, Milky.

Ma ora era tempo di pensare a Oliviero, che continuava a fissare la strada di fronte a lui.

— Oliviero!, insistette con voce più tonante. L’uomo a quel punto voltò la testa, accorgendosi del suo soccorritore. Angelo, con un’ultima falcata, raggiunse il suo amico e cercò di incrociare il suo sguardo, incontrando uno splendido sorriso.

— Angelo! Cosa ci fai qui?, rispose con calma Oliviero, espirando nervosamente un soffio forse, troppo a lungo trattenuto.

—  Guarda, avevo deciso di farmi una corsetta salutare sperando proprio dì incontrarti, e accompagnò l’ironia della frase con una leggera flessione delle gambe, sgranchite allo stremo.

— Oh che fortuna allora che hai avuto, e io che pensavo che mi cercassi. Angelo trattenne un misto di riso e incomprensione, mostrando le palme aperte e grattando il marciapiede con la punta del piede destro.

Oliviero con una mano si appoggiò al semaforo e squadrò Angelo, che nel frattempo sognava solo una doccia calda e il respiro vicino a sé di sua moglie.

— Ilaria sta bene?, lo incalzò Oliviero, come se fosse stato in grado di leggergli il pensiero.

— Non mi sembra una domanda pertinente a quest’ora della notte, ti sembra Oliviero?, rispose stizzito Angelo, sorpreso da questa invasione di campo dell’amico.

— Non so, forse hai ragione, farfugliò confuso l’uomo protagonista di quella strana notte di ottobre. La luna era scomparsa, lasciando i lampioni soli a infrangere la marea scura che ondeggiava sopra e attorno i due uomini. Una leggera nebbia umida increspava lo sguardo di Angelo che naufragava sull’asfalto bagnato e nero.

— Isidoro, hai freddo?, accorgendosi solo in quel momento dell’abbigliamento tutt’altro che autunnale del suo particolare compagno di nottata.

— A pensarci un po’, sì!, sussurrò piano, con la discrezione della nebbiolina crescente.

Angelo, allora, si tolse il K-way regalatogli poco tempo prima dai suoi figli e coprì le spalle di Isidoro, che lo accolse con un brivido leggero.

— Forse mi hai chiamato perché eri uscito senza giacca!, continuò Angelo che adesso anche lui si difese da una carezza dell’ottobre inoltrato, con un tremito nervoso. I due si guardarono lentamente: Oliviero serrò le labbra in una smorfia insensata.

Non era la prima volta che Oliviero componeva il numero dell’amico senza ricordarsi poi il motivo. Tuttavia questa volta sembrava che qualcosa di fastidioso corresse nelle vene di quel ragazzo così strano e misterioso.

— Non si può andare avanti così!, proruppe come un lampo a ciel sereno Oliviero. Angelo si stupì dell’affermazione così adeguata e allo stesso tempo totalmente ingiustificata. D’altronde Oliviero era originale e ci si poteva aspettare di tutto, ma proprio di tutto: tuttavia, in quel momento quella affermazione suonava veramente strana, quasi fosse detta da una divinità o da un profeta veterotestamentario.

— Amen, rispose Angelo. – Io so perché sei venuto, Angelo.

— Eh beh, pensò nella sua testa Angelo, se non lo sai te, chi può saperlo!?, ma non espresse a voce alta questa considerazione troppo logica e banale. E Oliviero era tutt’altro che banale e prevedibile.

Questo era bellissimo nel loro rapporto: tutto era una sorpresa, nel bene e nel male. O meglio: non nel male, nell’assurdo, ecco.

— Allora Oliviero dimmelo e dammi il senso di questa corsettina notturna, rispose Angelo che pregustava il suo ritorno a casa e il sonno ristoratore.

Il ragazzo guardò come un gatto randagio Angelo, appoggiato al semaforo che oramai lampeggiava sfinito, anche lui stanco della giornata lavorativa.

— Sei venuto semplicemente perché ti ho chiamato.Tu non mi abbandoni mai, fosse anche nel mezzo della notte, come oggi. E non ti preoccupi se ho un motivo adeguato a farlo. Vieni perché ci sono. E questo a te basta.

— Sei proprio matto!, concluse Isidoro sorridendo.

Angelo pure.

5.

Dopo qualche minuto di silenzio, Angelo prese sottobraccio Oliviero e i due, come fosse un qualsiasi giorno di vacanza, spensierati, si avviarono verso casa. Quella di Angelo naturalmente.

Nel frattempo il semaforo continuava a lampeggiare impassibile.

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