DALLA PIATTAFORMA

1.
La piattaforma si trovava in mezzo al mare del Nord, vicino ad una delle tante isolette inglesi, tanto ordinate quanto selvagge.
Tom era in un momento di pausa e, come al solito, quando le raffiche lo permettevano, si metteva sulla piastra, tutto imbacuccato nel suo giaccone giallo fosforescente, con le gambe penzolanti sul mare scuro, a osservare l’orizzonte.
Tom guardava fisso sotto di sé: un mare nervoso e freddo brontolava imperterrito. Anche lui aveva la testa gravida di pensieri, quasi volessero competere con le onde spumeggianti che si scontravano contro i pilastri granitici della struttura petrolifera.

2.
Quella sera le frustate di freddo sembravano dare tregua al ragno di cemento armato, artigliato ai fondali marini: le onde dondolavano, increspate contro i pilastri solidi e virili che sostenevano Tom, un piccolo insetto stanco, seduto a contemplare la natura.
Da quella postazione, poteva osservare, così lontana dai suoi scarponi pesanti, la lingua di terra che richiamava a galla i suoi ricordi più semplici e profondi. D’altronde non aveva tempo e forze per elaborare pensieri troppo complessi, perché il vento gelido li avrebbe sicuramente portati via, come i voli dei gabbiani, capaci di districarsi agili tra le correnti nell’aria.

3.
Sulla terraferma l’uomo aveva, per un destino strano, fallito ovunque.
Aveva lasciato la terra mesi prima, dopo aver perso l’ennesimo lavoro, se così si poteva chiamare: factotum per un geometra del suo quartiere.
Era un geometra di basso livello, dunque lui non faceva praticamente nulla e veniva pagato ancora di meno.
Era andata da sé che, dopo tre settimane di totale immobilismo, Tom si fosse licenziato, prendendosi pure lo sfizio di mandare a quel paese il suo capo, un ciccione pelato col riporto a destra.
Il geometra non l’aveva presa tanto bene e per vendicarsi lo aveva lasciato a piedi all’istante, senza pagargli nemmeno una sterlina dello stipendio pattuito.
Tom, furibondo, era uscito dall’ufficio sbattendo la porta a vetri perennemente scassata, beccandosi dal geometra del parassita e del fallito patentato.
Lui aveva ricambiato i complimenti spaccando, con un pugno ben assestato, il videocitofono, che in realtà era rotto da quando era stato assunto: una magra consolazione.
Ad un certo punto, in questo declino inarrestabile, verso l’inizio di ottobre, si era sbattuto sulla costa, in una zona portuale a est di Londra, bighellonando tra i container minacciosi e muti.
A parte i muletti e macchinari tentacolari, tutto era smog e azzurro, quasi fosse finito affogato in un bicchiere di rum.
Stava lì per caso, senza pensarci e senza ricordarsi di nulla, tranne che, da qualche parte, seduta magari alla stazione di qualche anonimo pullman, una ragazza aveva cominciato ad amarlo.

4.
Lei si chiamava Sherry e, per chissà quale alchimia, si era innamorata di Tom proprio in uno di quei giorni di ottobre, quando lui passava il tempo a inseguire la sua tristezza e il suo scoramento.
L’uomo, in quell’autunno, aveva trovato di nuovo impiego da schiavo: consegnava a domicilio la spesa di un supermarket nella periferia meridionale della capitale, guidando un furgoncino Toyota dal colore indefinibile, che solo dalla tempra nipponica traeva ancora la forza di aggirarsi stanco nelle vie, carico di ogni merce.
Poi una signora ebbe il buon gusto di accusare Tom di averle rubato dei fagioli dalla spesa e il suo nome finì sulla lista nera di tutti i market londinesi.
Era oramai la fine del mese, e Tom, al culmine della frustrazione, si era messo in testa di rapinare un benzinaio, per tirare su qualche soldo facile.
Facile si fa per dire, perché non trovò mai nemmeno il coraggio di decidersi se colpire la ESSO a quattrocento metri da casa sua o il BP, collocato in faccia al supermarket che lo aveva bandito dal ramo commerciale.
Non aveva ancora avuto il tempo di affrontare i problemi dell’arma e della strategia di fuga: Tom, insomma, non si rivelò un feroce bandito da strada.
Per questo, in conclusione, fu solo capace di rispondere al saluto di quella ragazza che, in un tardo pomeriggio, gli rivolse la parola, chiedendogli se poteva aiutarla a fare benzina al self-service del BP.
— Ma certo — sussurrò piano, quasi stesse per rivelarle il vero motivo della sua presenza nella stazione di servizio — Certamente, signorina…? — domandò ancora più confuso.
— Sherry, grazie mille. —
E la rapina avvenne nel suo cuore, proprio mentre Tom era impegnato nel fare il più bel pieno della sua vita.

5.
Da quel giorno, Sherry soleggiò nei suoi giorni: Sherry era un sole invernale, di quelli che pizzicano sulla pelle facendoti chiudere gli occhi per il loro brillare insicuro.
Sherry era come la brina mattutina, che ti chiedi come e quando sia arrivata a impreziosire i campi di gemme diamantate.
Lei non era particolarmente brava a cucinare o a cucire, a fare discorsi complicati o a cantare frasi d’amore per il suo amato.
Lei non chiedeva nulla di che, ma, come lo guardavano quegli occhi neri come il carbone, non lo sapevano fare gli occhi di nessuna donna che aveva mai incontrato o che avrebbe mai incontrato.
Tom questo lo sapeva.
Non avrebbe trovato da nessuna parte quel nero pece, quella oscurità abissale, quella tenebra profonda che sprigionavano le sue due pupille, in cui lui era rimasto avviluppato: erano simili a lucciole capaci di danzare per tutta la notte nei fossati delle campagne inglesi, apparentemente anonime, ma così cariche di speranza.
Tom era ammaliato da Sherry, una ragazza qualsiasi, incapace di fare benzina da sola, ma allo stesso tempo abile nell’irretirlo con quello sguardo che era tutto ciò che lui potesse domandare per sé.
Quale dono dal cielo era giunto quel pomeriggio!
Quale grazia era piovuta dentro la sua esistenza, tutta intenta a pianificare un’improbabile rapina nel centro della più importante città europea.
E Tom riconosceva quando la vita scherzava e quando faceva sul serio.
Per questo aveva mollato tutto, anche se in realtà era molto poco, e aveva seguito quella scia misteriosa lasciata da una fanciulla con due occhi neri: due lampade cieche, in una sera senza luna.

6.
La vita con Sherry era una vita semplice.
Lui non aveva mai conosciuto una persona in grado di aspettarlo sempre: godeva di quella attesa rispettosa e gelosa. Sherry aspettava il suo amore, il suo amore unico, seduta ad un piccolo tavolo di un bilocale striminzito e vuoto, assetato della loro esistenza.
Sherry sapeva che la giornata tipo di Tom, il più delle volte, era destinata, per qualche ironico disegno, al fallimento. Per questo, operando da formichina operaia, si dedicava a far sì che tutto, nelle quattro strette mura casalinghe, rinfocolasse la speranza del suo uomo.
La giovane donna puliva ogni macchia sul pavimento all’istante, ordinava più volte le due mensole in cucina e spolverava a lucido la tavola traballante su cui sempre troneggiava una teiera con l’acqua calda, pronta per il tè.
I vetri della porta finestra erano lavati con una frequenza maniacale e pareva che le stesse gocce della pioggia londinese portassero rispetto per il suo lavoro.
Si dedicava, poi, a sanare i buchi nelle calze logore di Tom, pur sapendo che, più le rattoppava, più si sarebbero rotte da lì a qualche giorno. Infine aspettava: aspettava senza guardare mai l’orologio, perché l’arrivo di Tom fosse una sorpresa, una sorpresa quotidiana, sempre la stessa rinnovata sorpresa.
E il suo uomo continuava ad arrivare: stanco, sfiduciato, abbattuto. Ma arrivava, e questo a Sherry bastava più di tutto.

7.
Fino a quando, in un settembre qualsiasi, Tom decise di imbarcarsi verso la piattaforma petrolifera numero 754, nel Mare del Nord.
Quel giorno anche la pioggia era più triste del solito.
Sherry, quando apprese la sua decisione, morì per qualche minuto: poi, da qualche parte, trovò la forza di parlare, anche se il nero dei suoi occhi inghiottì, voluttuoso, la sua povera voce e le labbra si schiusero nel più doloroso dei sorrisi.

8.
— Perché? — chiese Sherry, mentre le sue labbra si serravano in una domanda che non avrebbe voluto fare. E infatti non ebbe risposta.
Tom si grattò il gomito sinistro e tirò su con il naso. Poi posò sul tavolo una busta con dei soldi, si mise le mani nelle tasche dei jeans, quelle sul sedere e, per finire, si massaggiò il collo nel punto cui si attaccava ai capelli.
Cominciò a piangere, proprio come può piange un uomo di quarant’anni.
Sherry si aggiustò i capelli dietro le orecchie e, con il suo sguardo, incastonò le lacrime sulle guance di Tom, che si ricompose.
— Va bene amore mio. Ho capito. Non ti preoccupare. Io ti aspetto. Ricordati solo che ogni volta che guarderai la terra sopra quel mare burbero, in quel momento io ti starò fissando e ti starò amando, per ogni secondo da quando uscirai da questa stanza. Non importa quanto starai via. —
Tom si ravvivò i capelli con un colpo secco della mano destra, per fugare ogni cattivo pensiero.
Prese la giacca appoggiata sulla sedia, se la mise e, prima di voltarsi verso la porta, baciò gli occhi di Sherry per aspirare la loro tristezza; Sherry per un istante si accoccolò nell’incavo del collo del suo Tom, per nascondersi dalla solitudine.
Il tutto durò pochi secondi, un’eternità: poi Tom partì.

9.
Questo ricordo, semplice e infinito, fece sospirare Tom.
Guardava la lunga lingua di terra opaca e lontana.
Guardava Sherry, e sentiva che là, in qualche punto indefinito, lo stava fissando e lo stava amando, tantissimo, come una stella desidera il buio profondo che le permette di brillare. E la sua stella erano due pupille nere, nere come il petrolio che sentiva pulsare sotto la piattaforma. La piattaforma più bella su cui lui avesse mai posato i suoi scarponi lerci.


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