GOLIA

1.

Il cane uscì sul balcone e Arturo si mise subito in osservazione, quasi fosse Galileo di fronte alle macchie lunari, a scrutare ciò che nessuno aveva mai visto prima.

 

2.

Arturo, dentro la sua tuta troppo grande, cominciò a fissare i movimenti di quell’animale di cui non conosceva assolutamente nulla, ma che, misteriosamente e per qualche strana alchimia, riusciva ad influire sull’incipit delle sue giornate. Non che Arturo fosse scaramantico, anzi.

Tuttavia era convinto che quel cane potesse dire qualcosa alle sue giornate, al suo stato d’animo, all’esito del suo lavoro e dei suoi amori.

— Assurdo!, si ripeteva l’uomo, ma intanto, come ogni mattina, da due mesi a quella parte, era lì, asserragliato sul suo balcone del sesto piano, con lo sguardo inchiodato a quell’orizzonte così bizzarro.

 

3.

Quel giorno però, stranamente, il cane non sembrava avere nessuna bizzarria: annusò l’aria, si grattò il sedere contro una pianta malaticcia, sbavò il dovuto sul pavimento e si accasciò, muso a terra, sulle fredde piastrelle rosse.

Arturo rimase sconcertato.

 

4.

Da mesi quel cane anonimo aveva dato via alle sue giornate. Gironzolava un poco nella sua dorata prigione all’aria aperta, litigava con virilità canina contro suoi simili degli appartamenti vicini e poi, con una classe regale, si alzava su due zampe sulla ringhiera e, con gli occhi socchiusi in chissà quale meditazione, incrociava lo sguardo di Arturo. Tutto qui.

Dopo questo momento, inspiegabilmente, Arturo si sentiva più sicuro. Dopo essere stato squadrato, quasi benedetto, dal cane del quinto piano del palazzo di fronte al suo che con i suoi mascelloni molli al vento borbottava suoni indecifrabili, era come se Arturo si sentisse rassicurato.

— Ok! È tutto a posto, caro signore in tuta. Da ora in poi fino al tuo ritorno, puoi stare tranquillo.

 

5.

Arturo sapeva che tutto ciò era al limite della follia; sapeva che era idiota quel rito ancestrale e propiziatorio; sapeva che il significato di quei gesti era pari a sottozero, al limite della pagliacciata; sapeva che a quel cane non interessava nulla di quell’uomo dall’altra parte della strada, con i capelli sconnessi e col sonno che svaporava da ogni poro. Però… Arturo non riusciva a liberarsi di lui.

Era come incatenato, incastrato in un angolo perverso della vita.

 

6.

Ma quel giorno tutto sembrava andare a rotoli.

— Dio mio! Cane, fai qualcosa!, pensò violento, avvitandosi su se stesso.

— Ehi tu! Quadrupede da strapazzo, non puoi trattarmi così. Non oggi almeno, che  mi aspetta una riunione fondamentale!, gridò l’uomo, questa volta a voce alta: magari avesse saputo abbaiare per agevolare la comunicazione.

Ma le parole fluttuarono innocue e melliflue nell’aria.

Soltanto una vecchina alzò la testa, mentre stava innaffiando con parsimonia un geranio collassato.

— Scusi?! Dice a me signor Pelacchia?, balbettò la signora, intimorita dallo scatto d’ira del vicino.

L’uomo non rispose neanche: bisognava agire, e subito!

— Sto impazzendo, sto impazzendo, continuava a ripetersi, mentre cominciava furiosamente a battere i piedi per terra e a colpire con i pugni la ringhiera per attirare in qualche maniera l’attenzione dell’animale sacro, che ora si stava chiaramente appisolando.

Arturo Pelacchia si chiedeva dove fossero quei cagnetti simili a topastri che, puntuali alle 7.00 di ogni mattina, davano l’inizio al suo rituale tribale.

— Bastardi!, digrignò, bollendo di rabbia e sudando odio contro tutta la razza canina.

 

7.

A questo punto passò all’azione.

Si catapultò in camera sua, scovò in un cassetto un fischietto dimenticato da Dio: era un fischietto bellissimo, di metallo e con la pallina interna di legno. Un pezzo unico nel suo genere, che adesso risultava anche utile.

Arturo uscì nuovamente sul balcone, fissò come un cecchino la sua vittima, infilò tra le labbra il suo ordigno malefico e, a metà tra una majorette infervorata dell’Illinois e un sindacalista inferocito dei COBAS, strepitò come le prime rondini in primavera.

 

8.

Il cane, come unica reazione ebbe uno sbuffo annoiato.

In compenso, tutto il quartiere proruppe in un lamento.

— Oh cretino!

— Imbecille!

— Cornuto!

Anziani, uomini in mutande, donne in vestaglia: tutto si unirono in una sinfonia di imprecazioni contro Arturo Pelacchia che, vergognandosi fino all’ultimo capillare, si rintanò dentro casa ansimante e tremante.

Perso il primo scontro, non si diede però per vinto. Il suo sguardo era ancora fisso là, sul cane, sul SUO cane.

Di tutto il trambusto scoppiato, l’animale non sembrava essere particolarmente turbato.

Se ne stava lì, disinteressato, quasi compiaciuto del suo poltrire sulle mattonelle che si stavano scaldando con il sorgere placido dell’alba.

— A questo punto che guerra sia!, pensò Arturo che aveva cominciato furiosamente a cercare qualcosa di più letale all’interno di un cassettone nell’angolo del salotto.

E alla fine trovò ciò che faceva al caso suo.

 

9.

— Ma che diavolo sto facendo?!, rintronò nella sua testa.

— Ma che accidenti ti è saltato in mente di fare, Arturo? Non sei altro che un imbecille rincretinito dal troppo sonno!, si ripeté, guardando la fionda che aveva in una mano, e una pallina da calciobalilla nell’altra.

— Ma cosa diamine sei diventato, Arturo? Un belligerante contro il regno animale? Cosa te ne frega di quel cane borioso? Perché non ti stai preparando per la riunione? perché non stai ripassando la tua dannata presentazione? Perché non ti dai una lavata e non cominci la vera guerra che dovrai combattere: il nodo della cravatta! Quello sì che sarebbe stato nemico! E invece cosa fai? Te ne stai qui, nel tuo tutone grigio smog, insultato da tutto il quartiere come fossi un latitante della banda della Magliana, a tendere agguati con una fionda ad un cane sconosciuto che neanche ti considera! E poi perché mai ti dovrebbe considerare!? Perché, Dio mio! Arturo, perché? Cosa vuoi da quella bestia?

Durante il suo monologo interiore, Arturo tendeva la fionda ripetutamente, per saggiarne l’elastico, o solo per nervosismo, forse.

— Arturo, cosa vuoi da quel cane, porco cane!?

Era arrivato intanto sul balcone e si sporse un poco, mentre posizionava la pallina di legno nella borsetta di cuoio.

— Perché quel cane? Arturo, perché quel cane!?

La pallina partì a catapulta: una fucilata in una mattina qualsiasi, che per Arturo non era affatto qualsiasi.

— Perchè?!, gridò.

Sentì il vetro di una finestra esplodere in mille pezzi, il cane guaì isterico schiantandosi contro la ringhiera del suo balcone oramai assolato dal primo sole mattutino.

— Perché?, si ripeteva Arturo come un rosario, incredulo di fronte a ciò che vedeva scatenarsi davanti ai suoi occhi.

Di colpo si sentì come il piccolo Davide contro il gigante Golia, agonizzante ai suoi piedi.

Rapido come la fiondata appena scoccata, si chiuse dietro la porta finestra e lasciò fuori il delirio generato dal suo gesto insulso.

Un gesto assurdo per tutti, ma non per lui, in un certo senso.

Lui che ora poteva andare a lavarsi e a farsi un bel nodo alla cravatta.

Finalmente, sentiva di aver messo a posto le cose: entrò in camera, si tolse il tutone, si lavò con cura, si mise il vestito d’ordinanza e, libero, si vide riflesso nello specchio, mentre si faceva uno splendido nodo alla cravatta.

Il caos, fuori in strada, era un ricordo, un riverbero lontano.

Il suo caos si era placato.

Golia era stato sconfitto.

3 pensieri su “GOLIA

  1. Ciao Gab, viva Arturo e il cane, la fiondata con vetro rotto è fantastica!! Ma come ti vengono in mente? Ti metto qualche frase che ha perso punteggiatura o ha qualche typo.

    sapeva che quel a cane non interessava assolutamente nulla quell’uomo dall’altra parte della strada

    — Ehi tu! Quadrupede da strapazzo, non puoi trattarmi così Non oggi almeno, che una riunione fondamentale!, gridò, questa volta, a

    Ciao, stammi bene… e forza Juve sempre!! G

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