BANDITI

1.

La cella era due metri per quattro. Due di silenzio, quattro di solitudine.

Tutto era gelido e la piccola finestra in alto bastava solo a ricordare che lassù, da qualche parte, esisteva un fuori.

Wilie stava seduto per terra a giocare con una matita che non poteva temperare senza l’intervento di un secondino. Per questo da tempo era senza punta e non serviva praticamente più a nulla, se non a farla girare tra le dita.

— Tanto a che serve scrivere, se non hai nessuno a cui scrivere!, e il discorso Wilie l’aveva chiuso così.

 

2.

Wilie non aveva amici in prigione.

Si poteva dire che fosse solo come un cane.

Solo il silenzio gli faceva compagnia e questo gli bastava. A volte anche il freddo lo sosteneva, e lui preferiva il freddo: era meno impegnativo come rapporto rispetto al silenzio.

Wilie era piccolo di statura, aveva una voce incrostata da un carattere troppo nervoso.

Le mani erano grosse, rispetto al resto del corpo.

Non era molto muscoloso e aveva un solo tatuaggio sull’avanbraccio destro. Il naso era schiacciato e le orecchie, con i capelli corti, spuntavano ispide: due piccole sporgenze rosee e morbide.

Gli occhi erano pungiglioni.

Forse per questo motivo pochi gli davano confidenza: era veramente fastidioso reggere il suo sguardo per più di trenta secondi.

Ma il problema sembrava risolto: la sua vita infatti era compressa in quella solitudine forzata che Wilie sopportava con dignità e in maniera coriacea, simile ad uno scoglio tra le acque turbolente dell’esistenza.

 

3.

Da sempre tutto per Wilie era stato traballante.

Non perché non fosse stato in grado di reggere l’urto degli avvenimenti della sua esistenza, o per una qualche incapacità di gestione.

Solo che Wilie aveva il brutto vizio di avanzare a spallate, faceva sempre a sportellate con la gente e con le persone, senza seguire una qualche coerenza lineare.

Non una donna era stata capace di metterlo in riga, nessun figlio gli aveva aumentato il tasso di responsabilità sulle scelte da compiere, nessun richiamo morale di alcun genere lo aveva corretto.

Bandito era e bandito rimaneva.

Solo una volta era capitato qualcosa di strano, qualcosa di prorompente, che per qualche strana ragione, era stato in grado di farlo ragionare.

E chissà che forse lo avesse cambiato. Forse.

Fu un episodio successo otto anni prima e di cui stava ancora pagando i danni. Ora, oltre il ricordo, solo un piccolo foglietto spiegazzato tenuto gelosamente nella scarpa sinistra, gli rammentavano quel fatto così strano.

Inevitabilmente, ogni volta che si metteva la scarpa sinistra era costretto e riportare a galla quel lontano giorno di pazzia o forse di salvezza.

 

4.

Rubare quella Mustang non era stato poi tanto difficile.

Un cretino l’aveva parcheggiata fuori da un motel e per Wilie era stato un gioco da ragazzi aprirla, balzarci dentro, accenderla, scaricare una fucilata con il suo Winchester a quel povero Cristo in mutande che era uscito delirando fuori da una stanza ancora più delirante.

— Certi vizietti si pagano idiota!, aveva pensato il ladro di macchine, facendo rombare qualche centinaio di cavalli.

Per il resto, era stata una folle corsa su una statale, in mezzo a campi di granoturco e mais.

Tutto questo per Wilie era normale.

E il fatto di non avere un lavoro da anni, lo aveva spinto ancora di più a vivere di espedienti: a volte, se gli girava, saltava sulla prima macchina con un bel po’ di cavalli sotto il sedere e via a correre contro l’orizzonte, fin quando la benzina lo permetteva.

E poi si ricominciava da capo.

 

5.

A questo giro, la Mustang era praticamente un puledro impazzito, come guidare il Settimo cavalleggeri contro Toro seduto in persona.

Wilie la spingeva all’impazzata e il motore era una sonata di pistoni e marmitta.

Poi, come risvegliandosi da un sogno perfetto, si trovò in mezzo alla strada un omino che, nonostante le sue duecento miglia orarie urlassero di gioia, non sembrava avere l’intenzione di spostarsi neanche di un centimetro dalla sua traiettoria.

Wilie inchiodò all’ultimo e la Mustang nitrì inferocita, sbandando furiosa.

Dopo due testa coda, tra il fumo della frenata, l’auto si fermò, sprigionando sudore e ira.

Wilie, furibondo e fucile alla mano, schizzò fuori come ubriaco, accorgendosi con una certa sofferenza, che l’omino immobile era un ispanico.

 

6.

— Dannato cubano comunista, dimmi come vuoi farti ammazzare! No, perché adesso posso farlo con più calma!, e istintivamente alzò il suo cannone fino a toccargli la fronte con la bocca del fucile ancora calda.

— No amigo, calma, calma! Primo non sono cubano, ma messicano; secondo, alla mia pellaccia ci tengo ancora; terzo mio caro yankee, siamo sulla stessa barca.

Wilie grugnì abbassando l’arma: i suoi occhi erano fuori controllo.

Amigo un accidente, Pancho Villa sfigato! Io non ho amici, figurarsi messicani! Secondo, se tu tenessi alla tua pellaccia puzzolente, non staresti in mezzo alla mia strada a fare da bersaglio! Terzo sulla mia barca non c’è posto: quindi sparisci.

— Beh gringo, allora senti un po’…, e con uno scatto da papera, andò a bordo strada, dove stava spiaggiato un furgone completamente irriconoscibile tanto era sporco.

Il messicano vi entrò dentro, imprecando per qualche secondo contro una radio che sembrava uscita direttamente dallo sbarco in Normandia.

Di colpo cominciarono a sentirsi voci gracchianti, che lentamente diventarono drammaticamente chiare.

— … pattuglia 053… il messicano della rapina a Jackson lo abbiamo perso. Passo.

— Pattuglia 102… sulla route 55 nessuna traccia. Aspettiamo notizie nuove dal blocco sulla 98. Dalla 49 sembra sparito. Bastardo quel topo: sembra si sia interrato in qualche fogna! Passo.

— Pattuglia 305… la Mustang rubata a Collins è stata avvistata sulla route 84 che sfrecciava come un missile. Secondo l’agente Carvel, alla guida c’è un ubriaco…

Il messicano abbassò l’audio.

— Non sono ubriaco!, protestò vivacemente Wilie, con gli occhi che si serrarono in cicatrici.

— Beh gringo, non sarei tanto preoccupato di far loro sapere il tuo stato di lucidità, quanto piuttosto…

— Ma tu pazzo di un papista messicano hai fatto una rapina a Jackson?! E come diavolo hai fatto ad arrivare fin qui? Mica con quella carcassa?, e indicò il furgone morente.

— E quella dannata radio diabolica, dove l’hai presa?

— Ehehehe, ridacchiò l’omino, anche noi pobres abbiamo degli hobby, gringo. In quanto alla rapina, beh, sì ho fatto un po’ di casino e la furgoneta… beh è una storia complicata: diciamo che quando devi cambiare mezzo un po’ ràpidamente, non hai tanto tempo per scegliere il modello. Questo però lo ammetto, è stato un errore muy serio.

Il messicano sorrise con i suoi denti bianchi, belli in mostra, come un bambino che ha appena rotto gli occhiali nuovi del padre.

 

7.

I due ora erano faccia a faccia e non c’era molto da dire.

Wilie frantumò il silenzio.

— Quanto hai?

Il messicano si grattò il naso e fece spallucce.

— Quanto hai maledetto?!, riprese l’americano e le parole erano lamate.

Il messicano fece di nuovo spallucce, accompagnate questa volta da un gesto vago della mano destra a indicare “di più”.

— Dove?, stridette la voce di Wilie.

— Ah beh, questo, nada… non te lo posso dire. Però è tutto al sicuro gringo e se mi aiuti a raggiungere il Messico, tranquilo sarò generoso. Parola di messicano.

— Stiamo freschi allora. E poi smettila di dirmi di “stare tranquillo”, dal momento che non lo sono mai stato in tutta la mia vita e figurati se posso esserlo adesso, che mi trovo con un messicano furbetto, in fuga, zeppo di dollari e con metà Guardia Nazionale dietro la sua puzza, che ora è diventata la mia di puzza. Dannato ladro! E piantala pure di chiamarmi gringo!

— Beh, anche te non mi sembri proprio il santerello della Virgen di Guadalupe. Però mi sembri un bravo chico.

— Allora non mi conosci tanto bene, piccolo Juanito!, rispose offeso Wilie.

Il messicano si guardò d’istinto alle spalle agitato, poi ritornò a fissare l’americano con due occhi limpidi.

— Beh, qualche indizio me l’hai dato: non mi hai investito con il tuo bolide, non mi hai sparato, non mi hai fatto troppe domande sui soldi, non me ne hai ancora chiesti e non mi ancora minacciato per chiedermele. Non è poco per un americano con un fucile in mano!

Wilie digrignò i denti e sputò fuori un’imprecazione.

— Incredibile, sei veramente pazzo! Senti Juanito o come diavolo ti chiami, non me ne frega nulla. Muoviamoci in fretta da qua. Dimmi dove vuoi andare. A me dei soldi non me ne frega nulla. Basta solo che, con quella radio che parla troppo per i miei gusti, mi togli da ‘sto casino in cui siamo. Poi ognuno per la sua strada. Ok?

Il messicano non aveva neanche ascoltato il finale della sua filippica: come un topo di campagna aveva preso la radio, un cappellino, una busta unta e si era già seduto sul retro della Mustang.

Da dentro la macchina gridò ridacchiando:

— Scusa ma patisco la guida degli altri e poi mi sa che ci sarà un po’ da correre. La dirección è semplice: tira come un pazzo americano fino al confine; poi ti dico io il punto exacto, il punto X, come vi piace dire a voi. Ahahahah! Non sono mai stato su una quattro ruote con gli asientos in pelle. Andale, andale!

Wilie imprecò di nuovo.

— E ‘sto imbecille ride pure!

 

8.

Juanito, ok che non ci stanno ancora beccando. Ma dove diamine stiamo andando!?

Il messicano taceva ora e scrutava l’orizzonte che, da una ventina di miglia, era sempre identico: sole, cielo e un reticolato a trecento metri dalla strada. Null’altro.

— La fretta prima o poi ti farà beccare amigo. Noi messicani sembriamo stupidi e dormido, e lo siamo realmente! Ma non come lo siete voi. È che prendiamo tutto suavemente. Ora: il punto e laggiù. Vedi: dove sta spuntando quella macchina della polizia di confine.

— Maledetto tutto il Messico! Dannato Juanito! Dannato te e il tuo punto X! Siamo fottuti caro amico, anche se mio amico non lo sei mai stato. Bastardo Juanito, te e la tua radio che ci ha portato tra le braccia della polizia!

La Mustang strizzo a più non posso i freni.

Il messicano, come nulla fosse, saltò fuori dall’auto che stava brontolando a 2000 giri.

— Adesso ti spiego gringo. Impara da noi a non perdere mai la dulzura! Allora: questa zona viene chiamata la ratonera. Questa innocua pianura spelacchiata, in realtà è disseminata di trappole per orsi, volpi, lupi. Insomma un bel casino, gringo. Il problema è che sono state messe a caso, in un’area grande come due campos da football. Mi segui?

— Tu sei pazzo se…

— No no amigo, tu non devi fare nada. Ora io vado guidato dalla Virgen de Guadalupe, e se tutto va come deve andare… nessuno yankee in divisa mi seguirà: chi rischierebbe una pellaccia a stelle e strisce per quella di un desgraciado mexicano! In più non sono ancora arrivati i francotiradores: quelli che vedi là, sono dei volontari texani che juegan al tiro al piattello con noi. Eheheheh.

— Tu sei fuori di cabeza! Devi farti curare. E i soldi, come li riprendi? E poi come diamine passi la recinzione? E se ti becchi una fucilata nelle chiappe? E…

Il messicano non ascoltava più quello che Wilie diceva.

Si mise il cappellino, unto e bisunto, baciò una catenina tre volte, guardò il cielo per qualche secondo e sorrise.

— Ma che diavolo hai da ridere, fottuto messicano!?

— Grazie di tutto, di tutto… Wilie, e indicò il tatuaggio sull’avanbraccio destro di Wilie, che rappresentava il personaggio del coyote più famoso della storia del cinema.

— Sparisci topo! Sono l’unico americano ad aver accompagnato l’unico messicano che vuole tornare nel proprio paese. Lo Zio Tom sarebbe fiero di me.

— E farebbe bene! Sei un uomo bravo, anche se un pochino scorbutico. Ma col tempo migliorerai!

— Va a farti azzoppare, cretino.

Ma mentre lo diceva, Willy non si immaginava quello che sarebbe capitato da lì a un minuto.

 

9.

Quel minuto forgiò la vita di Wilie.

Quel minuto gli entrò nella carne, nelle ossa, nei muscoli, nel sangue, nelle mani che mollarono elettrizzate il volante, negli occhi che furono come accecati da un lampo di follia messicana.

Quel minuto ricompose il puzzle della vita di un uomo che cominciò a vivere dopo un’esistenza senza perché e vuota di come.

Un minuto.

 

10.

Il tempo di girarsi e Wilie vide il messicano correre all’impazzata come una papera, saltando assolutamente a casaccio tra una siepe e uno spuntone di roccia.

— Per la Vergine santissima e immacolata, ma cosa diamine spera di fare?

Di fronte alla Mustang ribollente, a circa trecento metri, vide i due poliziotti texani che sembravano tutt’altro che volontari alle prime armi, scendere rapidamente dall’auto e gridare qualcosa di incomprensibile alle sue orecchie.

Successivamente, uno dei due, troppo grasso per immaginare anche solo una corsa o qualcos’altro di atletico, imbracciò un fucile e lo vide mirare con un’attenzione che non era da pivello.

— E ora che faccio!?, disse tra sé l’uomo, che avrebbe scommesso cento dollari, che certamente non aveva, che il colpo sarebbe andato a segno. Se non il primo il secondo, e se non il secondo il terzo. Perché il reticolato era troppo lontano per uno che saltella come una papera!

Alla sua destra si allungava intanto una statale anonima, che gli ispirava l’unica idea sensata di tutta la sua esistenza: scappa, e chi si è visto si è visto.

Ma quello che i suoi occhi vedevano era una papera messicana che stava per essere impallinata.

Fu allora che schizzò fuori, prese il fucile, si inginocchiò dietro la portiera aperta, trattenne il respiro e mirò.

 

11.

Il lampeggiante della sirena saltò come un grillo.

Poi fu il turno dello specchietto sinistro.

Infine la gomma anteriore destra scoppiò come una bomba ad acqua.

— Okey Wilie. Ti sei fottuto con le tue stesse mani. Adios., e abbassò gli occhi sofferenti.

I due poliziotti si erano asserragliati dietro la loro auto e non si mossero più, se non per sparare qualche proiettile che solo Dio sa dove sarebbe finito: di sicuro nessuno colpì la sua Mustang.

Wilie si sedette sull’asfalto bollente.

Gettò un’occhiata fremente alla sua sinistra: nel suo sguardo, un’immagine si inchiodò. Il suo messicano, fermo al reticolato, stava facendo come un gesto di saluto, o così gli piacque credere che fosse.

Ricambiò con un colpo sparato in aria.

Spossato dalla tensione, si accorse della busta che aveva preso dal camioncino quel piccolo omino che ora stava passando il confine tra gli Stati uniti e il Messico, come se i quintali di filo spinato non esistessero o fossero di carta igienica.

La aprì e trovò dentro un testo in spagnolo.

 

Virgen Santísima de Guadalupe, Madre y Reina de nuestra patria.

Aquí nos tienes humildemente postrados ante tu prodigiosa imagen. En Ti ponemos toda nuestra esperanza.

Tú eres nuestra vida y consuelo. Estando bajo tu sombra protectora, y en tu maternal regazo, nada podremos temer.

Ayúdanos en nuestra peregrinación terrena e intercede por nosotros ante tu Divino Hijo en el momento de la muerte, para que alcancemos la eterna salvación del alma. Amén.

— Amen, ripeté Wilie.

L’ultimo colpo lo sparò verso il cielo, quasi a richiamare l’attenzione di qualcuno.

Il minuto finì e lui si addormentò placido come un lattante, con la testa riversa sulla lamiera della Mustang che, nel frattempo, continuava a rullare a duemila giri.

6 pensieri su “BANDITI

  1. grazie Gabriele, sempre belli i tuoi racconti, li aspetto ogni volta!

    Ho il solito appunto del “seriale”, come mi chiami tu 🙂

    Alla fine del paragrafo 3, dici “E chissà che forse lo avesse cambiato. Chissà”. Ovviamente fa a botte con l’intero paragrafo 9. – se lui non si è accorto di essere cambiato dopo la storia raccontata, e il dubbio è per quello, devi cambiare il paragrafo 9 – altrimenti, come credo, toglierei il dubitativo nel paragrafo 3, o l’intera frase: ci sta bene lo stesso.

    E, come al solito, cestina pure, sono considerazioni in amicizia aspettando il nuovo mister. G

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