ALABAMA

L’Alabama è singolare.

Forse per il sole, forse per il vento: ma la gente che vive in Alabama è molto singolare.

Questo è sicuro.

Così era Riff, che per tutta la vita aveva solo guidato trattori e riempito silos di mais. E continuava a farlo.

Tra un pieno di nafta e una raccolta di mais, aveva anche avuto il tempo di innamorarsi di una donna e di tirar su una famiglia.

La moglie era una donna piccola, che desiderava solo vedere suo marito lavorare perché, quando Riff si spaccava la schiena, era contento. E se lui era felice lo era anche lei.

Per il resto era una moglie bellissima, forse troppo perché Riff la meritasse. Per questo lui ripeteva spesso che non la meritava.

– Ma d’altronde chi si merita la donna che ha?, concludeva ogni discorso sull’argomento.

Dopo frasi così, lo si poteva poteva solo trovare seduto sul suo trattore a vagare solitario in qualche angolo di Alabama.

Dunque era un amore strano, ma sincero. E poi erano tutti e due contenti: come dar loro torto?

Con i figli la situazione fu più complessa.

Riff aveva due maschi: Mais e Siam.

Il primo, il padre lo chiamava quello venuto bene; il secondo, Siam, come un vitello marchiato, era quello venuto male.

E la storia per Riff era finita qui.

Siam, quello venuto non bene, tranne per il nome, non se la passava poi tanto male.

Era robusto, cavalcava ai rodeo come una morsa, mangiava regolare e aveva pure una fidanzata. Non poco per uno venuto male.

Siam andava d’accordo pure con Mais. I due, assieme, valevano ancora solo come un braccio del loro padre, ma il tempo era dalla loro. E inoltre la madre li coccolava come due spighe appena nate.

La fidanzata di Siam si chiamava Flannery e sembrava un piccolo topolino di campagna, sembra alla ricerca del suo uomo. Lei però la storia del fratello venuto male la sopportava male, perché non era bello sentirsi chiamare la ragazza di quello venuto male.

– Eh no, sussurrava mentre lavava le stoviglie nella sua casetta a tre miglia da quella di Siam, questa cosa deve finire: il mio Siam non è venuto male. Mi vuole bene, fa l’amore benissimo e lavora come un toro. Perché dovrebbe essere venuto male? Perché?

Così, un giorno, Flannery colse la palla al palla balzo e scatenò un putiferio che sconvolse il sud est dell’Alabama.

-Siam?, bisbigliò Flannery, mentre stava ancora distesa aggrappata a Siam, stretta al suo braccio muscoloso, in un vecchio magazzino di arnesi.

Siam dormicchiava, sputando ogni tanto qualche pagliuzza finitagli in bocca.

-Siam?, ripetè più forte la ragazza.

– Siam sei sordo?, insistette ancora, più per il nervosismo che per necessità.

– Ci sono piccola, biascicò Siam.

– Ma ora devo andare!, disse. Eppure nessuno gli aveva posto alcuna richiesta.

Flannery piagnucolò contro la sua pelle, ma non desistette.

– Siam, sappi che io non ti sposerò fino a quando diranno che sei fatto male. Cioè fino quando tuo padre continuerà a farlo. Io non lo capisco! Tu sei bellissimo, sei perfetto!

Siam sbadigliò annoiato.

– Cafone. Sono seria!, intimò Flannery.

Siam si alzò a sedere riabbottonandosi quel che restava di una camicia da lavoro.

– Stai calma. Chi ti ha detto che ti sposo?

Flannery rimase di sasso.

Siam si alzò e uscì dal magazzino con di sottofondo un tamburellare di pioggia imminente.

Flannery si intristì e strinse i pugni. Solo la pioggia era più triste di lei e a stento si trattenne dal dar fuoco a tutto il magazzino. Poi un sonno vorticoso si impossessò di lei, tramortendola.

Siam, uscito fuori, sentiva una scossa corrergli per il corpo. Il ragazzo era nervoso. Il dialogo con Flannery lo aveva ferito ed era stato costretto ad una fuga precipitosa. E a lui le fughe non erano mai piaciute.

Per questo, con passo traballante, si avviò verso il campo dove sapeva avrebbe incrociato suo padre.

Lo trovò che stava con metà corpo dentro un trattore, incurante della pioggia che oramai cominciava a battere insistente.

– Riff?

L’uomo non rispose, impegnato a insultare pulegge e pistoni di un macchinario che conosceva come le sue tasche, ma che ora si rifiutava di concedersi al suo padrone.

– Riff?, ricominciò Siam, mentre adocchiava con la coda dell’occhio suo fratello Mais, che raccoglieva degli attrezzi in mezzo al campo.

Mais lo salutò spuntando sul terreno.

– Riff!?

Ora Siam aveva alzato la voce, facendo eco ad un tuono che bussò nel cielo, chissà dove.

Ora Riff si era alzato dal motore e aveva messo a fuoco suo figlio con due occhi freddi.

– Ti sembra il modo di rivolgerti a tuo padre?, furono le prime parole che uscirono dalla sua bocca dura.

– Non mi sentivi, Riff!

Siam era a disagio a parlare da solo con suo padre. Lo tranquillizzò vedere che Mais si stesse avvicinando, anche se non era proprio il compagno che avrebbe voluto avere in quel momento.

– Allora potevi colpirmi con quella pala lì! Di certo ti avrei sentito!, proseguì Riff, sputando per terra e tirando un calcio contro il trattore.

– Non mi è venuto in mente, pa’.

Siam sorrise alla sua battuta, che lo mise a suo agio. Ma rise solo lui.

Mais nel frattempo lo aveva raggiunto e gli aveva tirato addosso una pannocchia che lo colpì alla testa.

– Beh Siam, hai finito di spassartela con la tua fidanzatina?, e sghignazzò tra le gocce di pioggia calda.

– Beh io almeno c’è l’ho una fidanzatina con cui spassarmela. Siam inspirò pioggia.

– Io non ho tempo per spassarmela con le femmine. Mais risputò nella pioggia.

– Io sì.

E il dialogo tra fratelli si impantanò contro Riff, che chiuse violento il cofano del trattore.

Mais e Siam non si odiavano, in realtà. Erano semplicemente due fratelli che si volevano bene come si potrebbero voler bene due fratelli, di cui uno venuto bene e l’altro venuto male. Per tutto il resto si insultavano, ma senza odiarsi.

Siam si avvicinò al padre e, incurante del disinteresse di Riff, gli pose la questione.

– Riff, perché io sono venuto male?

Riff si fermò un istante e alzò lo sguardo sul figlio.

– Ti sembrano domande da fare?, fu la risposta secca.

– Sì, ribadì altrettanto secco il figlio.

Mais scoppiò a ridere, ma senza cattiveria.

Riff si asciugò la fronte bagnata dalla pioggia.

– Sentì figliolo, è un dato di fatto quello che mi chiedi. Non c’è da discutere.

– Va bene Riff, ma potresti spiegarmi cosa ho che non va?

La voce del figlio era rotta dalla rabbia, una rabbia trattenuta a stento, ma che trapelava da ogni parte.

– Siam, a te il mais non piace. Questo è chiaro, come il fatto che sta piovendo. Ora, come si può essere fatti bene in Alabama, se non ti piace il mais? È così difficile da capire?

La voce di Riff era tagliente come una trebbiatrice, e sporca come il fango che si stava formando ai suoi piedi.

Siam fu scosso da un brivido di freddo: sentiva l’acqua che gli correva a fiumi lungo la schiena e l’umidità risalire dai piedi.

– Riff!? Ma a me il mais piace! Ci lavoro dentro tutto il santo giorno, e ora mi devo sentir dire che non mi piace!? Ma perché dici così papà?

Siam era sbottato violento e, quando disse la parola “papà”, ebbe un sussulto: troppe poche volte lo usava parlando con Riff e quasi se ne vergognò.

Mais, che fino a quel momento sembrava disinteressato a tutto quel dialogo, si fece serio e si mise il cappello.

La luce attorno a loro si stava abbassando velocemente e le tre figure brillavano di un biancore quasi lunare.

Siam, dopo un momento di confusione, ritrovò la forza di parlare.

– A me il mais piace!

Riff fece un segno di diniego con le mani.

– Non dire balle Siam. Io lo so che odi il mais. Ti ho visto che lo odi. Certo, avevi solo quattro anni quando mi hai mostrato questo odio: ma me lo sono stampato nella testa quel momento. Piantala di mentire.

Siam rimase in silenzio. Non sapeva assolutamente di cosa stesse parlando il padre.

– Ma cosa dici Riff? Quattro anni… vuol dire vent’anni fa!? Come posso ricordare una cosa di vent’anni fa. Avevo quattro anni! Come mi puoi accusare di una cosa successa vent’anni fa, quando io avevo quattro anni!?
– Io non ti accuso, Siam. Io ho visto. Io sono sicuro.

2.
Quello che aveva visto Riff quella sera di vent’anni fa, solo il verde delle piante di mais potevano saperlo. E le spighe pesanti mantennero quel segreto nel loro lento ciondolare al vento.
Proprio quei chicchi gialli, fosforescenti alla luce bassa del sole che stava tramontando, videro, insieme a Riff, quel bambino, Siam, che si stava schiudendo nella sua infanzia robusta, arrampicato su un albero di confine; uno di quei tanti alberi solitari che segnavano le distese di mais dei campi di Riff.

È proprio su uno di quei alberi, uno dei più lontani dalla loro casa, stava avvinghiato Siam.

Riff lo stava cercando oramai da ore, preoccupato che fosse finito in chissà quale fosso o buco. E invece stava lì, con le mani strette ad un ramo nodoso, nascosto tra le foglie di un anonimo albero da confine.

Quando lo vide, Riff lo chiamò, ma Siam sembrava incantato, con lo sguardo fisso oltre una discesa che gli si stagliava di fronte.
Riff si avvicinò all’albero, pronto con la cinghia in mano a dare una sonora lezione al figlio che continuava a tenere gli occhi oltre il suo campo. Quando con la mano tocco il tronco, l’uomo vibrò in un misto di rabbia e stupore. Il figlio si accorse del padre e sussultò, come risvegliandosi da un sogno.

– Papà, papà! Vieni a vedere! Sali, sali!

– Piccolo criminale! Scendi immediatamente! È tre ore che tutto l’Alabama ti sta cercando! E ora mi prendi pure in giro?

Riff, lasciata cadere la cinghia, saltò per raggiungere il piedino di suo figlio e tirarlo giù con le buone o con le cattive.

– Papà, papà! Sali. Guarda cosa ho scoperto!

– Piccolo diavolo… aspetta solo che ti acciuffi…

Ansimando, Riff si inerpicò sull’albero fino ad affiancare Siam che, tutto contento, strinse con la sua manina il braccio del padre. Riff a questo punto si placò un attimo e sovrappose il suo sguardo a quello del figlio.

E l’orizzonte si fuse nei loro occhi.

– Non è bello papà? Non è bello! L’hoscoperto io papà, lo scoperto io! Mais non lo sa! Mais non lo sa!
Riff taceva.

– Cosa è bello, piccolo?

Siam squadrò il padre, un po’ offeso. Ma non era offeso. Era solo un bambino di quattro anni.

– Papà! Il viola! Il viola, papà! Vicino al giallo è bellissimo! Giallo e viola viola e giallo! E poi il sole che illumina tutto. Tutto! Che bello è il viola!
Riff non muoveva ciglio.

Aveva di fronte la fine del suo campo di mais, totalmente giallo, e l’inizio di un campo immenso di cotone, completamente ricoperto di un mantello viola. Un mare giallo in un’ondata viola e viceversa, tutto mosso da un vento delicato e spolverato dal sole della sera. Riff cominciò ad innervosirsi.

– Siam, ma cosa ti piace?

– Tutto! Tutto! Vorrei tuffarmi dentro tutto.

– Sì figliolo, ma cosa ti piace di più?

– Non so… tanto viola è bello. Il giallo lo vedo sempre. Ma il viola, così tanto non lo avevo visto.
Riff tossì.
– No Siam. Il giallo è più bello.
Il figlio cominciò a meditare.
– Non so papà. Il viola è così viola!, e con le mani fece un gesto nell’aria che quasi gli fece perdere l’equilibrio precario tra i rami.
Riff non si mosse e Siam per poco non rischiò di fare un gran capitombolo.

Ora il sole stava tramontando e la luce andava ad attenuarsi sempre di più. Riff con un balzo scese dall’albero; Siam con un po’ di fatica, da solo, smontò anche lui dal suo osservatorio.
Riff lo guardò con gli occhi semichiusi.
– Tu comunque non sei venuto bene, sentenziò il padre che cominciò ad allontanarsi senza curarsi del figlio. Siam non aveva capito niente e si limitò a seguirlo a balzelli, come una piccola rana.

3.

Ora, dopo vent’anni, Siam si ricordò di quel fatto: in realtà si ricordava solo che un giorno si aspettava di essere picchiato perché si era perso e poi alla fine l’aveva fatta franca. Null’altro. Ma ora la memoria si stava spalancando. Sotto la pioggia quel viola e quel giallo ricomparvero in tutto il loro splendore.

Le gocce, sempre più violente, ripulivano tutto; ripulivano anni di incomprensioni e parole non dette o dette troppe volte. E tutto assumeva una colorazione viola e gialla.

Agli occhi di Siam ora suo padre era completamente giallo, con sfumature di arancione vicino agli occhi; le mani erano verdi con striature di un rosso e giallo scuro, quasi oro: anzi era oro puro.

E poi gli occhi! Siam era allibito di rivedere quel giallo sole di anni e anni prima nell’incavo dei bulbi oculari di Riff, che ora aveva più di cinquant’anni.

– Diamine papà. Sei un genio! Hai proprio ragione. Sono venuto male. E ne vado fiero.

Mais scoppiò per l’ennesima volta a ridere. Forse sapeva fare solo quello: d’altronde lui era quello venuto bene.

Riff sputò ancora per terra: intorno, tutto gli appariva grigio temporale. Eppure anche lui era venuto bene, anzi benissimo.

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