MA PERCHÈ PROPRIO ORA?

Quando Anastasia alzò lo sguardo, si accorse di essere per l’ennesima volta in ritardo.
— Ma no, ma no! — sussurrò tra sé la donna, quasi a non voler disturbare il frastuono della fabbrica circostante.
— Ma perché? Ma perché? — cominciò a ripetersi, mentre rapidamente infilava gli ultimi bulloni sparsi sul tavolo da lavoro.
Intorno a lei, tutto continuava a funzionare perfettamente. Solo la donna, già da qualche lunghissimo minuto, si sentiva fuori luogo.
Ad Anastasia non piaceva parlare da sola, anche se oramai si era lanciata in un monologo serratissima con se stessa.
— Cavoli, cavoli! Sono una frana, sono una irresponsabile. Ogni volta, Dio mio, ogni volta la stessa storia. —
Staccatasi dalla sua postazione, cercava disperata uno straccio per pulirsi le mani, ma l’olio che le imbrattava le dita era peggio della colla: inutilmente, sfregava violenta la sua pelle troppo delicata.
Nel frattempo, lottava per aggiustarsi i capelli e per abbottonarsi bene la camicetta, anche questa macchiata da striature scure.
— Come è possibile? Sempre in ritardo, sempre. E dire che è il momento della giornata che attendo di più. Secondo me, sono proprio fatta male: ma tanto male, troppo male! —
Veloce raggiunse la porta dell’officina; con una mano la aprì; con l’altra timbrò l’uscita da quel luogo rumoroso e ostile, ma che, in fondo, le permetteva di vivere.
Anastasia non odiava la fabbrica, però pensava che fosse la causa dei suoi regolari ritardi.
Per questo le stava un po’ antipatica; per il resto la accettava di buona lena.
Il corridoio che adesso la separava dall’uscita principale era poco illuminato, ma la semioscurità non le impediva di tirarsi un po’ a lucido per chi la stava attendendo fuori.
Con due colpi secchi di mano si stirò i pantaloni; frenetica, passò prima un piede e poi l’altro dietro ai polpacci, per pulirsi le scarpe cariche di polvere; infine, si diede qualche schiaffetto così da riprendere un colorito umano.
Per ultimo, si infilò un cappellino di lana in testa e si arrotolò attorno al suo esile collo una sciarpetta incolore.
Una porta di ferro sullo sfondo dominava il suo orizzonte. Era pronta: in ritardo, ma pronta.
In realtà Anastasia non era assolutamente pronta.
La sua esistenza, da quando tre anni prima quello sciagurato di Lev l’aveva piantata in asso, era stata terremotata. E lei lo sapeva bene che le macerie, dopo un terremoto, sono un casino da spostare: ci si libera di un pezzo di muro e metà tetto cade, senza avvisare; si rattoppa una parete e subito una crepa nuova compare dal nulla. Infine, come dimenticare la polvere e i calcinacci! Insomma, ci si ritrova sempre sporchi, in pericolo, pericolanti e insicuri.
Ecco: ora la vita di Anastasia era così e, a complicare la situazione, era spuntato il vizio di arrivare in ritardo.
— Ma Dio mio, cosa ho fatto di così brutto al mio destino? Sì, lo so, ho amato Lev. Dovevo capirlo subito che era un pezzente, un poco di buono. E ho voluto pure un bambino da lui! Ed ero pure contenta! D’altronde…, Dio mio quanto era bello: e lo è tutt’ora, credo! Forse lo amo pure ancora: anzi, ne sono sicurissima: io lo amo quel farabutto, quel maiale maledetto! Lo amo eccome. Quanti baci gli darei, se servissero a qualcosa. Però anche qualche bel cazzotto ben assestato non gli farebbe male. Accidenti a Lev! —
Mentre pensava a tutto ciò, posò la mano sulla porta d’uscita.
Il freddo le percosse le ossa ed esitò un istante.
Un lampo attraversò la sua testa e si ricordò di quando si era trovata nella stessa posizione, tre anni prima. Era il momento in cui Lev stava uscendo di casa, per non ritornare più.
Lei lo aveva inseguito per casa, fino a quando lui le aveva sbattuto in faccia la porta.
Anche allora, Anastasia, ostinata, non volle mollare quella maniglia, dura e gelida, che la separava dal suo amore. Con la stessa tenacia, però, non era riuscita a trovare il coraggio di abbassare la maniglia per andare a riprendersi quel fuggitivo che le stava distruggendo l’esistenza.
Era come se il suo cuore fosse stato pinzato a metà: una parte al di qua e una parte al di là di quella porta così stupida, come in fondo si sentiva lei.
Si sentiva stupida perché stava accettando un destino pallido e piagnucoloso, rimanendo a fissare del legno marrone come una statua di cera. Nel frattempo il suo amore scappava, scendendo rumorosamente le scale.
Anastasia si ridestò dall’immobilità.
Adesso, la porta che stava affrontando era diversa: non c’entrava nulla con il suo passato, anche se, a pensarci bene, c’entrava eccome.
Anastasia respirò profondamente. Là fuori lo attendeva suo figlio, Alexander, e lei era in ritardo. Tuttavia rimase a rimuginare ancora un istante.
— Certo che questa porta c’entra: dopo la fuga di quel bastardo di Lev, ho dovuto cercarmi un lavoro serio. Gira di qua e gira di là, alla fine dove mi sono ritrovata catapultata? A cinquanta chilometri da casa: cinquanta chilometri! Dio mio che paura: come avrei percorso cinquanta chilometri al giorno, senza macchina? Questo però era il problema minore, mio caro Lev: ti sei forse dimenticato che io, e dico io, avevo un figlio da crescere? A chi avrei lasciato Alexander, dalle 5 di mattina fino alle 19 di sera?
Questa sì che è stata la più bella crepa che mi hai lasciato sulle spalle, stramaledettissimo Lev! Ah, ma io me la sono cavata! Certo però che questa situazione, è stata una vera e propria vagonata di calcinacci, che continuo a trascinarmi dietro.—
Anastasia rallentò per un secondo la cascata di pensieri.
La soluzione al problema di Alexander fu un altro scossone tremendo. Anastasia infatti, in quel fragile momento della sua vita, decise, tra lacrime e disperazione, di separarsi dal bambino. Sua sorella, una santa donna zitella, abitava, per chissà quale scherzo divino, a una fermata di bus dalla fabbrica in cui sarebbe andata a lavorare Anastasia.
Nel disastro, dunque un barlume di luce, si era potuto intravedere.
Alexander, quando Anastasia accettò l’ingrato lavoro, si era trasferito a vivere con sua zia, in una casetta dignitosa seppur piccolissima: una stanza con due letti, un tavolo, una sedia e col bagno condiviso insieme ad altri dieci appartamenti.
Nel frattempo Anastasia, regolare come un treno di periferia, ogni giorno andava avanti e indietro dalla sua vecchia residenza, posta dall’altra parte della città.
In questo modo, Alexander aveva trovato un po’ di pace, che gli avrebbe permesso anche di frequentare una scuola pulita e accogliente.
Per il resto, l’unico momento in cui madre e figlio potevano vedersi, oltre la domenica, era la pausa pranzo di lei. Per una mezz’oretta scarsa, Anastasia e Alexander passavano un po’ di tempo insieme, sul lungo marciapiede davanti alla fabbrica, mentre la giovane mamma mangiucchiava qualcosa.
Poi si separavano e tutto era rimandato alla giornata succes- siva.
Un po’ triste come prospettiva, però era sempre meglio di niente.
Anastasia, tuttavia, si rodeva lo stomaco per la questione dei suoi incalcolabili ritardi.
— È assurdo! Perché? Come faccio ad arrivare in ritardo da mio figlio? Già sto poco insieme a lui e in più arrivo in ritardo! Chissà cosa penserà di me, Dio mio! Chissà poi come crescerà? Sono una madre disgraziata, ecco cosa sono. Sono disgraziata come nessun’altra madre! Primo, perchè non sono stata capace di tenermi stretto l’uomo che amo; e secondo, perchè faccio aspettare fuori al freddo mio figlio. Il tutto, per il semplice fatto che sono distratta! —
A questo punto, Anastasia era sull’orlo delle lacrime e non osava aprire la porta che l’avrebbe condotta da Alexander. La sua esitazione, oltre che ad infastidirla, aumentava il ritardo e il senso di colpa che, malefico, le sottraeva ossigeno.
— Prima o poi impazzirò! Sì, sì, impazzirò di sicuro. O forse lo sono già pazza: un po’ in ritardo, ma pur sempre pazza. —
La donna, esausta, si lasciò scivolare per terra.
Nessuno nel corridoio si mosse verso di lei o fece qualcosa: l’unica forma vivente, che sarebbe potuta intervenire, era una guardia, o qualcosa che assomigliava ad una guardia. Distava da lei una decina di metri e avevava l’ordine tassativo di non lasciare mai la sua postazione.
L’uomo in divisa, quindi, rimase appollaiato sulla sua sedia ad osservare la scena di una donna in ritardo.
Senza preavviso, la porta di ferro si aprì e la luce esterna investì il corridoio.

2.
Anastasia mosse debolmente la testa e, raccogliendo la sciarpa che le era caduta dal collo, e il panino al prosciutto uscitole dalla tasca della giacca.
Di fronte a lei si ergeva una figura gigantesca, non certo quella esile di Alexander.
— Lev! —
Il nome pronunciato da Anastasia raschiò la gola.
Una voce potente la scosse.
— Anastasia!? Ma allora ci sei. Ti aspettavo fuori da dieci minuti. Ho temuto di aver capito male l’ora della tua pausa e stavo per andarmene via. Ma ti sembra il caso di tardare? E poi, cosa fai per terra? —
Per un attimo ad Anastasia sembrò che i tre anni di solitudine non fossero mai esistiti.
Era pronta a scaraventare una batteria di insulti contro quell’uomo che ora aveva il coraggio di lamentarsi del suo ritardo.
Anastasia, simile ad una molla, si trovò inspiegabilmente a stringere in una morsa il collo d’acciaio dell’uomo, quasi volesse soffocarlo.
Incredula, gli stampò un bacio sulla bocca: fu un bacio nudo, come le strade di inverno.
Poi, di colpo la ragazza si fece seria e gli sferrò uno schiaffo. E poi ancora un altro, sull’altra guancia. Solo una sirena della fabbrica osò intromettersi in questa scena.
Lev rimase di pietra.
— Anastasia! Cosa fai? — disse l’uomo, mentre tentava di sfuggire dagli occhi appannati dal freddo di Anastasia.
— Ti bacio Lev e poi ti prendo a sberle! Cosa vuoi che stia facendo!? — rispose candida la donna.
Lev invano cercò di divincolarsi, senza però impegnarsi troppo nel farlo.
Lev ed Anastasia rimasero così avvinghiati in maniera un po’ goffa.
— Anastasia, perché… —
— Perché non te li meriti, i baci; mentre gli schiaffi sì, te li meriti tutti! —
La moglie tirò una testata, carica di troppo tempo passato senza senso, al petto del marito.
— Ma Anastasia, ti prego… —
Lev balbettava in tutti i suoi due metri e zero tre centimetri.
— Sì Lev, pregami, ti prego: pregami ancora. —
— Accidenti bimba, ci guardano tutti! —
— Ma va’, maledetto! Ma chi vuoi che ci guardi!? Forse ti preoccupa quella guardia inutile dietro di noi? Non c’è nessuno, Lev. Nessuno! —
— Dai Anastasia, piantala di fare così, andiamo via… —
Anastasia non lo lasciava parlare.
— Sì Lev, andiamo via! Portami via di qua! Sono stanca, troppo stanca. Fuggiamo lontano. Fuggiamo. Ma dammi un motivo valido per farlo. Perché sei venuto qui? Perché proprio ora? —
La guardia tossì in segno di imbarazzo.
Anastasia se ne accorse benissimo: si girò verso di lei e la squadrò malissimo.
Lev cominciò a sudare.
— Anastasia, dai. È più di tre anni che non ci vediamo… —
— Appunto! — sussultò la donna.
— Anastasia, ma sei ammattita? —
— Certo che sono ammattita, padre fallito! Bada bene che mi dovrai portare al manicomio di peso, se non mi dici perché sei venuto oggi! Non pensare di fare il furbo poi, perché non sono disposta a farmi rubare minuti preziosi della mia pausa pranzo in cui, tra l’altro, avrei dovuto vedere nostro figlio. —
Lev distolse lo sguardo dalle labbra di Anastasia. Un rapido sospiro fece intuire che forse cominciava a rimpiangere di essere lì in quel momento.
Poi balbettò qualcosa e la verità prese forma, in maniera quasi oscena.
— Sono venuto a vedere se mi ami ancora — disse Lev.
3.
Il tempo frenò, mentre la fabbrica attorno a loro continuava a battere rumore assurdi.
Lev si disegnò in faccia un sorriso che lasciò cadere subito al suolo. Capì all’istante di aver detto la più grande stupidaggine mai pronunciata in tutta la sua vita.
Anastasia di rimbalzo proruppe in un singhiozzo infantile. Poi impugnò il panino che aveva rimesso in tasca e lo scaraventò in faccia all’uomo che aveva davanti.
L’insalata verde si sparse per terra.
— Idiota — sibilò la donna.
Anastasia si staccò da lui. Si voltò e chiamò con lo sguardo la guardia.
— Scusi guardia! Che ore sono? —
L’uomo, seduto nella penombra, si aggiustò il cappello.
— Non lo so signora, ma il tempo della sua pausa sta passando velocemente. —
— Grazie — rispose Anastasia.
La ragazza, con passo traballante e a stomaco vuoto, si incamminò verso il suo reparto.
A questo punto, scoppiò in lacrime senza alcun freno: era un pianto di chi aveva perso una battaglia, ma non ancora la guerra.
Il problema era quanto sarebbe durata ancora la guerra, e se avesse avuto le forze per continuare a combatterla fino in fondo.

4.
Lev raccolse da terra il panino con l’insalata oramai sfatto e se lo  mise in tasca. Barcollò un attimo, poi si grattò l’orecchio sinistro e tirò su con il naso.
Infine, con passo incerto, riaprì la porta ghiacciata alle sue spalle e uscì dalla fabbrica.
Mentre un nevischio solfeggiava sul marciapiede, si incamminò verso la fermata del pullman.
— Idiota! —bofonchiò facendo l’eco alla frase di Anastasia con cui si era concluso l’incontro.
— Con le donne non basta essere uomini, altrimenti vieni preso a panini in faccia. Non le è bastato che fossi tornato! Ha voluto pure sapere perché: dopo tre anni di menzogne, sono ricomparso! Cosa pretendeva? Voleva che mi buttassi ai suoi piedi, implorando perdono e cospargendomi di cenere!? Io sono tornato perché… Dio mio, perché?! L’ho tradita sì, l’ho tradita! E la sto ancora tradendo. Ma perché lei mi ama ancora? Perché?
Lev avrebbe voluto morire in quell’istante, e così prese una sigaretta, accendendola furiosamente. Provò un disgusto atroce.
— Che senso ha fumare, se non so nemmeno perché sono venuto a trovare la mia Anastasia.
Mentre gettava la sigaretta appena accesa sull’asfalto umido, si accorse di aver detto “La mia Anastasia”.
La sua testa si alleggerì. Ogni altro nome di donna, almeno per qualche respiro, sparì.
— È per questo che sono tornato, porca miseria. Come posso strappare quel laccio indistruttibile che mi tiene a quella donna, quel filo che mi fonde indissolubilmente con… —
Ma a questo punto, a Lev, mancarono le parole: anzi, gli mancò un’unica parola.

5.
— Anastasia! Sono qui! —
Lev si girò di colpo.
Due ragazze sconosciute si abbracciarono vicino ad un lampione, cominciando poi a parlare animatamente.
Lev non sentì più nulla di quel dialogo rubato, ma aveva udito la parola che gli era mancata poco prima.
Una frenata di pullman riempì l’aria e anche il suo cuore si riempì, alla stessa velocità con cui il mezzo si arrestò.
Adesso sapeva perché era tornato.
— Ma come posso dirlo a lei? —
Questo fu l’ultimo pensiero che passò tra le mani ghiacciate di Lev, in quel pomeriggio assurdo di febbraio.
Nel frattempo, Alexander, in un piccolo appartamento poco lontano, stava facendo i compiti di matematica.
Sua zia sedeva sopra il letto, con un occhio su di lui e uno sulle carte. Giocava a solitario, mettendo le carte sul materasso, e stava perdendo, come ogni volta.
Anche lei, in fondo, era distratta come sua sorella.

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