COSA PUÒ DIVENTARE IL FIGLIO DI UN BARO?

1.
Adam era un baro di professione, o almeno si era convinto di esserlo.
Adam passava il tempo a sfidare la sorte, addentrandosi nei cunicoli dell’inganno come un topo nella stiva di una nave. Più volte era stato minacciato, scoperto e riempito di botte. Ma lui niente: come una bussola rotta, continuava a seguire le vie impervie dell’azzardo.
Nel suo paese era odiato da tutti e nessuno si fidava più di lui: anche quando faceva la spesa era visto come l’uomo che avrebbe tentato di fregare qualcosa, a qualsiasi costo.
La sua donna, Pavia, rappresentava, forse, la frode più riuscita.
Per un po’ di tempo era stato capace di amarla, ma il dubbio che anche con lei l’inganno avesse tramato alle spalle, fu in grado di oscurare quasi tutto.

2.
Di sicuro, la nascita del figlio non aveva avuto nulla a che fare con l’imbroglio: Adam aveva fatto il suo dovere e Pavia pure.
Così era venuto al mondo un maschietto bello vispo, a cui dettero il nome di Gustav: ma da subito fu chiaro che la sua esistenza sarebbe ruotata attorno ad una terribile questione.
Cosa sarebbe mai potuto diventare il figlio di un baro?
Gustav, da quando mise per la prima volta il piede in una scuola, si accorse di avere l’anima marchiata.
Il ragazzino non sembrava essere particolarmente sveglio, né particolarmente cattivo.
I suoi occhi erano belli e la sua bocca ben fatta.
Le mani erano piccole e sottili, ma non parevano propense al furto.
Tuttavia, il fatto che fosse figlio di un baro, rendeva tutto più subdolo, più misterioso. Le maestre prima, e i professori poi, controllavano sempre due volte i suoi compiti e, nel dubbio, la colpa di ogni stranezza scolastica, di ogni rissa scoppiata, di ogni menzogna vagante, ricadeva su di lui.
Gustav sapeva benissimo il perché di questo atteggiamento e col tempo se ne era fatta una ragione. Non che ne fosse contento, sia chiaro, ma in fondo era figlio di suo padre: dunque non poteva aspettarsi un altro tipo di trattamento.
Adam di tutto ciò se ne fregava.
Il suo problema era vincere quando giocava, non certo giustificare l’integrità morale di suo figlio.
Pavia, da buona moglie di un baro, aveva cominciato a barare pure lei e la vittima principale delle sue malefatte non poteva che essere suo marito.
Se Adam tradiva la fiducia dei suoi avversari, lei tradiva la fiducia del suo uomo: spesso gli sottraeva di nascosto i soldi che vinceva al gioco, e ancor più spesso gli rubava la dignità, andando con altri uomini. D’altronde, una donna infelice è difficile da tenere a bada e Pavia era molto infelice.
In questo teatrino delle falsità, Gustav si barcamenava come meglio poteva: a volte recitava egregiamente la parte del capro espiatorio, incapace di reagire ai colpi delle ingiustizie; altre volte provava a cambiare copione, cercando di mostrarsi diverso da ciò che la gente pensava che dovesse essere.
Ma il ruolo che meglio gli riusciva, era sicuramente quello che la natura sembrava avergli cucito addosso. In questi casi diventava, o era veramente, un figlio modello di un padre baro: e allora infrangeva tutte le regole del gioco.
Non di rado, dunque, lo si vedeva difendere quel poco di buono di suo padre e quella scellerata di sua madre, come nessun avvocato o prete del paese sarebbe stato in grado di fare; scatenava risse furibonde e, a suon di pugni, calci e testate si ergeva a paladino del sacro nome familiare.
In quei momenti non gli importava la ragione o il torto, anche perché, il più delle volte, era il torto a gravare sulle sue spalle: a Gustav interessava solo difendere il sangue che, irruente, gli scorreva a litri nelle vene.
Per questo se ne fregava dei lividi, delle ossa rotte, delle ciocche dei capelli strappate, della polvere ingurgitata o dell’asfalto stampato sulle ginocchia e sui gomiti.
Spesso, ricoperto il ruolo di paladino dell’orgoglio famigliare, lo si poteva sentire gridare per le vie, con la sua voce un po’ stridula, ma tagliente.
I suoi, erano monologhi al limite del ridicolo. L’ultimo l’aveva scagliato contro l’intera clientela del bar sotto casa sua e più o meno aveva suonato così:
— Chi osa parlare male di Adam? Lasciatelo stare! Lui è pur sempre mio padre, ricordatevelo! Voi lo dovete rispettare per quel che è! Se vi frega, fregatelo; se vi deruba, derubatelo. Ma se vi fotte e non ve ne accorgete, non avete diritto di accusarlo. Coglietelo in errore e allora menatelo; ma se riesce a farvela, tacete! —
Il suo alto ideale cavalleresco e malandrino, non era però sempre accettato da tutti, e più passava il tempo, più le azioni losche di Adam avrebbero rischiato di portarlo in acque turbolente e pericolose.
Certo, però, Gustav non poteva sapere che l’azzardo più rischioso della sua vita l’avrebbe corso contro suo padre.

3.
Fu in una sera di un ottobre ancora stranamente tiepido, che Gustav dovette affrontare quella domanda che, da anni, pulsava nei suoi nervi, dentro le sue articolazioni, tra le sue ossa così giovani e tenaci, sulla sua pelle ancora morbida.
Cosa poteva diventare il figlio di un baro?
E la risposta dovette darla lui, senza troppi giri di parole.
Quella sera, da una decina di minuti, Adam vagava per casa. L’uomo era irritato da qualcosa e sbatteva le porte quando passava da una stanza all’altra.
Poi si chiuse in bagno per qualche minuto, facendo più rumore del solito.
Quindi uscì, tenendo una mano sulla tasca destra e borbottando parole incomprensibili.
— Gustav! Sei in casa? —
Il padre sapeva benissimo che il figlio si trovava nella sua stanza ad aggiustare una lampada che la madre aveva rotta, dopo averla lanciata contro il suo uomo durante un litigio, avvenuto tre giorni prima.
— Arrivo — rispose svogliato Gustav.
Quando i due si incontrarono, il ragazzo notò subito un vistoso cerotto sul naso del padre, ma lasciò correre.
— Ciao Gustav, devo chiederti un favore… un favore non per me, capiscimi bene, ma per tua madre. Visto che oggi è il nostro anniversario di matrimonio, vorrei portarla fuori a cena, ecco. Se avessi qualche soldo da prestarmi, mi farebbe comodo, così potrei portarla a mangiare fuori, in un bel posticino, per fare un po’ di festa. —
Gustav giocava con una lampadina mentre ascoltava il padre.
Per qualche istante, al ragazzo, l’uomo sembrò sincero.
Si immaginò Adam e Pavia insieme: una scena in contrasto con quella di qualche giorno prima, quando erano lì, proprio in quel salottino, a lanciarsi lampade e piatti l’uno contro l’altro.
Si immaginò i due che parlavano a bassa voce, mentre aspettavano il cameriere o mentre sceglievano un vino da abbinare alla carne.
Si immaginò lei che rideva di gusto a una battuta stupida, e anche po’ volgare, di Adam.
Si immaginò addirittura lui stesso, presente a quel tavolo, che si aggiustava di nascosto e veloce il nodo storto fatto alla cravatta, lui che di cravatte non ne aveva nemmeno una.
Poi l’immaginazione svanì come la luce opaca della luna dietro una nuvola nera.
Adam si grattò l’anulare destro con il pollice.
Gustav lo vide.

4.
Quel gesto lo conosceva benissimo: era il segno che suo padre stava barando.
Allora, tutta la sua fantasia si schiantò contro quel cerotto gigantesco messo storto e male sul naso.
Tutte le sue visioni idilliache si spiaccicarono sul livido che notò vicino all’orecchio sinistro, buffamente nascosto sotto una coltre di borotalco.
E infine, quella tasca destra rigonfia più del normale.
— Papà, lo sai che io non ho nessun soldo. È da diciott’anni che non mi passi neanche l’ombra di una paghetta. Dove pensi che possa prendere “qualche soldo” per la tua cenetta romantica con mamma? La mamma, tra l’altro, è da tre giorni che non si fa vedere a casa, dopo che le hai lanciato contro lo scopettone del cesso! E poi non siete nemmeno sposati! Ma di quale anniversario parli? —
Adam fu scosso da un brivido. Gustav aveva le mani che tremavano.
La casa era come immersa in una nebbia soffocante.
Gustav trovò la forza di riprendere a parlare.
— Dimmi papà, a cosa ti servono veramente i soldi che mi stai chiedendo? —
Adam digrignò i denti: questa volta stava cercando di barare con suo figlio e stava miseramente fallendo.
Per questo, decise di giocare a carte scoperte, ma nel prendere questa variante, si dimenticò probabilmente che stava sfidando suo figlio.
Adam si infilò la mano nella tasca vistosamente deformata ed estrasse un coltello a serramanico.
— Vedi figliolo, o mi aiuti tu a trovare i soldi che mi servono, o mi aiuterà lui. —
Detto questo, fece scattare la lama.
La frase non risuonò né minacciosa, né ad effetto: sembrò solo esagerata. Gustav non sentì dunque nessun pericolo verso la sua persona.
— Papà, tu non sei un assassino, sei solo un baro, un giocatore d’azzardo. Non ti ci vedo pugnalare un uomo, dai! —
Adam si trovò spiazzato, come se avesse pescato un poker d’assi con delle carte non truccate.
Gustav continuò.
— Papà, è da quando che son nato che ti vedo sotto con i soldi, che ti vedo carico di botte almeno una volta al mese, che ti vedo vincere e perdere come fossi su un’altalena. Che poi tu vinca barando o perda onestamente, questo è solo un dettaglio. Tutto questo io l’ho visto da sempre, scusami se insisto. E proprio oggi cosa succede? Succede che mi chiedi dei soldi che sai che non ho; e mi mostri pure un coltello, quasi fossi diventato un criminale serio. Ma dai! Se proprio vuoi fare il serio, prendi il primo treno che porta a Liberec o in qualche città grossa in cui la tua fama non ti abbia ancora preceduto. Sceso dal vagone, sfodera la tua classe di giocatore: bara senza farti beccare e torna da signore! —
Adam lasciò cadere il coltello e senza nessun preavviso, sferrò un pugno contro il figlio. Il cerotto si staccò dal naso, tanto la sua faccia si era deformata dallo sforzo.
La sua voce tuonò come un cannone.
— Figlio degenere! Chi ti ha insegnato queste porcherie da delinquente? —
Gustav era caduto al suolo come un sacco di patate.
Sentì sia il sangue colargli dal naso, sia quella domanda assurda, scaraventatagli addosso dal padre.
Con la mascella impastata di bava, il ragazzo rispose carico di rabbia.
— Tu, papà! Tu mi hai insegnato tutte queste cose! —
—Balle! — ribatté Adam — Sono tutte balle! Io non ti ho insegnato un bel niente! Io non ti insegnato nulla di tutti gli errori che faccio io! Ti ho mai detto di fare come faccio io? Ti ho mai detto di venire con me a fare tutto quello che faccio io? Ti ho detto che è giusto quello che faccio? Perché dovresti fare quello che faccio io, eh? Ti ho forse mai detto di fare la vita che faccio io? Ti ho mai detto che sono un esempio da seguire? Sono un disastro, io: lo vuoi diventare anche tu? —
Solo a questo punto Adam si fermò a respirare. Fu una scarica di vento, più che un respiro.
Poi si chinò verso il figlio e lo aiutò ad alzarsi, fregandosene che suo figlio facesse di tutto per non farsi aiutare.
— Scusa per il pugno Gustav. Mi è scappato. —
— Ultimamente ti scappano un po’troppe cose papà! — fu la risposta sibilata del giovane, che cominciò a tamponarsi il naso con un vecchio giornale.
Dopo un attimo di silenzio, Adam raccolse il coltello dal pavimento e lo buttò sul tavolo.
Ora i suoi occhi erano stanchi.
— Comunque è vero, dovrei darti qualche soldo, non sei più un bambino, diamine! —
La frase del padre suonò ridicola, ma oramai era stata detta e fece sorridere il figlio. Adam si grattò gli occhi vorticosamente.
— Vabbè Gustav… tu sai a che ora è il treno per Liberec? —

5.
Il viso di Gustav divenne di ghiaccio.
— No, rispose. —
— Ah…Beh, mica puoi sapere tutti gli orari dei treni, che stupido. Allora hai voglia di andare a chiederlo al bar di sotto? Lì lo sapranno sicuramente. —
Il figlio rimase immobile, mentre il naso ricominciò a sanguinare, senza che lui se ne curasse.
— No, non ho voglia di andarci. —
Adam, che nel frattempo si era seduto al tavolo, alzò lo sguardo verso il suo ragazzo. Le labbra dell’uomo erano secche, come le foglie che si vedevano resistere sull’albero davanti la loro casa. Si passò una mano sulla fronte quasi a nascondere i suoi pensieri.
— Bravo ragazzo mio, bravo… — e la frase rimase lì in bilico, come a cercare un appiglio, qualcosa che potesse dare senso all’ennesima frode buttata sul panno verde da gioco.
Poi Adam concluse quella partita che stava durando oramai troppo.
— Vedi cosa può diventare il figlio di un baro? —
Anche questa volta la frase rimase a mezz’aria.
Ma adesso Gustav, che guardava suo padre rimettersi il cerotto e prepararsi ad uscire, era contento: era contento perché sapeva che suo padre non sarebbe andato a Liberec; era contento perché sapeva che suo padre, in qualche modo, se la sarebbe cavata; infine, era contento perché sapeva che forse suo padre stava uscendo per andare a cercare la sua donna.
Ma più di tutto, per la prima volta, era contento di essere il figlio di un baro.

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