AMARENA

1.
Troppe porte si erano chiuse alle sue spalle per sette interminabili anni.
Troppe volte aveva dovuto aspettare che qualcuno gli desse l’ordine di oltrepassare infinite linee gialle.
Ma ora, il cancello che si stava lentamente trascinando alle sue spalle, poteva considerarsi l’ultimo.
Adesso Marcello era libero.
Il penitenziario era dietro di lui, e un respiro caldo lo pervase.
Marcello non capì se il respiro era il suo o della prigione che lo voleva soffiare via, verso chissà quale nuova vita.
L’uomo non aveva nulla: sembrava uscito nudo dal ventre di una madre fredda, che lo aveva custodito un po’ troppo rudemente, ma che, in fondo, si era presa cura di lui, a suo modo.

2.
Subito sentì l’odore delle strisce pedonali davanti a lui.
Dopo, udì il battito di ciglia di un semaforo alla sua destra.
Il cielo sconfinato lo adocchiò furbetto e una nuvola fece sentire il suo strofinarsi sull’azzurro mescolato col sole di luglio.
Una casa davanti a lui borbottò, attraverso le grondaie secche.
Una ragazza prendeva il sole sul balcone al secondo piano: Marcello sentiva il cuore di lei pulsare e la sua pelle scaldarsi. Per un attimo gustò anche il gelato che leccava divinamente.
Sapeva di amarena, ne era sicuro.
A questo punto, inebriato di vita, si avvicinò ad una fermata del pullman.
Attese qualche minuto in piedi, accarezzando per qualche secondo un palo di metallo; poi salì sul 55, direzione corso Buenos Aires.
Marcello aveva voglia di ritornare in quel corso dal nome così esotico che, per tanto tempo, aveva percorso in lungo e in largo.
Il viaggio lo fece sempre in piedi, anche se i posti erano praticamente tutti liberi.
Godette a saltellare insieme alle buche del manto stradale.
Le curve le accentuava lasciandosi trasportare avanti ed indietro.
Con stupore, scoprì che nessuno lo stava guardando: in prigione su di lui gravavano sempre come macigni gli occhi di qualche secondino annoiato.
Ora nessuno si curava di lui.
Era libero.
Quando scese dal pullman, si avvicinò ad una panchina che conosceva benissimo: lui la stava aspettando da sette anni e, con un misto di vergogna infantile, si augurò che anche lei contraccambiasse questa attesa.

3.
La panchina stazionava fedele all’interno di un piccolo parco, tra due palazzoni inguardabili, tanto erano anonimi.
La panchina non era cambiata, come forse neanche lui.
Il colore del legno era stato rifatto e le scritte volgari e sconce erano sparite. Il resto era tutto come prima.
Solo quando si lasciò tracollare sul pianale, si accorse che all’estremità della sua stessa panchina stava seduto un barbone, un anziano poveraccio senza casa.
Il vecchio era intento a ripiegare minuziosamente dei sacchetti di plastica, che poi riponeva, belli pigiati, in un altro sacchettone di un ipermercato.
Il tutto si svolgeva con una lentezza snervante.
— Alla buon ora!? — sbottò il barbone.
Marcello si guardò intorno perché era sicuro che non stesse parlando con lui.
— Scusi, ce l’ha con me? — domandò Marcello, dando un’intonazione che presupponeva una risposta negativa.
— E con chi? Vede qualcun altro in giro? —
Il tono dell’anziano era decisamente sicuro, quasi arrogante.
— La puntualità non è il suo forte! — continuò il senzatetto.
Marcello ebbe il flash di sette anni recluso e si interrogò su cosa stesse capitando.
Ma il barbone non gli lasciò tregua.
— Sia chiaro che, la prossima volta, almeno un avviso lo deve lasciare: sa, venire per sette anni e 25 giorni sulla stessa panchina e non trovare il proprio compagno di indifferenza, non è proprio il massimo. Per tre anni ci siamo visti senza scambiarci una parola, e questo posso benissimo accettarlo: anzi la sua discrezione le fa onore. Però, poi, sparire per sette anni e venticinque giorni, questa è maleducazione, a casa mia. E dal momento che questa panchina è casa mia, faccia lei! Una bella faccia da delinquente! —
Marcello scoppio a ridere.
Quanto era bello ridere, pensò: e prolungò la risata con lo stesso slancio del bambino che, sull’altalena in un angolo di verde della città, dondolava a più non posso. Più il bambino si slanciava, più lui rideva.

4.
La situazione con il vecchio, intanto, stava diventando imbarazzante.
Marcello si ricompose vedendo il lavoro certosino del vecchietto all’estremità della panchina.
Ora il barbone aveva cominciato a lisciare il sacchettone, con tutti i sacchettini più piccoli dentro. Il suo era un gesto simile ad un ferro da stiro, un gesto preciso e secco, effettuato con calma e regolarità.
Nel frattempo ricominciò a parlare.
— Allora! Si provi almeno a giustificare! L’ultima volta che ci siamo visti era un po’ nervoso e aveva la barba da fare. La sua capigliatura poi era impresentabile: dunque, credo che non si sia assentato per un matrimonio che, tra l’altro, per quel che la conosco, considero altamente improbabile. Si veste troppo male per trovare una santa donna che si degni di portarla all’altare. —
Marcello si sentiva alla sbarra, e la sbarra era terribilmente gelida.
In più, questo dialogo dell’assurdo aveva iniziato a innervosirlo.
Dunque partì al contrattacco.
— Senta, buon uomo, ma lei chi diamine è? E cosa vuole dalla mia vita, già abbastanza pericolante.—
Marcello ostentò una sicurezza che in realtà non aveva, e il barbone, coinquilino di panchina, non faticò ad accorgersene.
Il bambino nel frattempo aveva smesso di dondolarsi sull’altalena e aveva cominciato a giocare con dei sassolini per terra, borbottando da solo con chissà quale amico immaginario.
— Mio caro Marcello, a quarantadue anni non mi metterei a fare il permaloso. Non so come faccia a non ricordarsi di me, compagno di panchina per ben tre anni. Ci siamo scambiati anche almeno due sigarette: non che lei da questo punto vista sia mai stato generoso, eh! Le sue Merit le ha sempre custodite e centellinate come fossero lingotti d’oro. Ma poi, dico io, come si fa a fumare le Merit!? Siamo uomini! Comunque, a parte questo, sua sorella sta bene? —

5.
Marcello stava cadendo dalla panchina.
Come faceva quell’uomo a sapere quelle cose su di lei: le sigarette?!
Il numero di sigarette e la marca!? E cosa dire che sapeva pure il suo nome, e i suoi anni! Ed era  informato anche di sua sorella!
— Cacchio, pensò, è vero ho una sorella! E non l’ho neppure avvisata che sarei uscito oggi! O forse lo sapeva e non l’ho aspettata… Diamine! —
Il suo sguardo si staccò dal vecchio e si diresse verso un indeterminato orizzonte, dove avrebbe voluto vedere comparire sua sorella, Francesca, che aveva cinque anni in meno di lui, ma una voce limpida, come i vestiti stesi al vento in primavera.
Ora gli sembrava di sentirla quella voce mentre, con commozione, gli ripeteva che, un giorno, forse, la testa l’avrebbe messa a posto.
Ma era un sogno a occhi aperti, perché adesso sentiva solo i discorsi gracchianti di questo vecchietto incredibile, capace di snocciolargli in faccia minuto per minuto, quasi tutta la sua esistenza: un’esistenza che lui stesso faceva fatica a riconoscere, per qualche strano motivo.
Infastidito da tutto ciò, scattò in piedi.
— Adesso lei mi dice come fa a sapere tutte queste cose su di me, dal momento che io non so minimamente chi lei sia! —
Marcello aveva le lacrime agli occhi: la sorella, le Merit e poi quel giorno in cui aveva buttato completamente nel cesso i suoi terntacinque anni di presenza nel mondo. Quel vecchio si ricordava tutto! E lui niente. Ma niente di niente!
Le lacrime caddero di colpo. E ricordò, all’improvviso, come quando ci si ricorda di spegnare le luce della cucina prima di uscire di casa.

6.
— Sì, è vero, sette anni e venticinque giorni fa ero partito da qui. Ero mezzo sbronzo. Ero con due Merit nel pacchetto. Ero sfatto. Puzzavo pure: Dio mio se mi ricordo quell’odore di sudore, alcool, fumo e paura! Avevo una maglietta a righe verdi: schifosa pure quella. D’altronde non è che stavo per andare ad una sfilata. E poi… ma sicuro! Mi aveva chiamato Francesca per chiedermi se andava tutto bene, se stavo bene: insomma, le solite domande da sorella! Ma quando chiusi la telefonata… mi ritorna in mente una voce stonata e acuta, come un rastrello che gratta l’asfalto. —
Marcello si appoggiò alla panchina e incrociò la voce del vecchio.
— Oh! Marcello, che diavolo stai facendo? Sei diventato una mummia? —
Ecco! Quella era la voce che mancava a Marcello per mettere ordine sul piccolo puzzle da quarantadue pezzi che era la sua vita.
Quella voce: sette anni e venticinque giorni fa, quella voce gli aveva detto qualcosa.
Adesso Marcello alzò gli occhi e fissò il barbone.
Il barbone gli fece una smorfia.
— Lei quindi è l’ultima persona che ho visto prima di finire in gattabuia. Ma diavolo di un demonio: come fa a ricordarsi di me? —
Il barbone tossicchiò un po’.
— Beh, come fare a dimenticarsi di un amico che ti dà l’ultima sigaretta del suo pacchetto. Sarà pure stato tirchio a riguardo nei tre anni precedenti, ma quel giorno lei è stato molto generoso. Sì, molto generoso… forse con se stesso non è mai stato troppo generoso o educato, ma quel giorno, con me, è stato un gran signore, ecco! —
Marcello si asciugò le lacrime di prima.
Mai nessuno lo aveva chiamato “gran signore”.
Mai nessuno lo aveva considerato generoso o educato.
Mai nessuno lo aveva considerato un amico.
Ora non gli interessava più sapere come il vecchietto sapesse tutto di lui.
Non gli interessava più, perché in fondo lo intuiva.
Marcello intuiva che un amico certe cose le sa, e le sa perché le sa, punto e basta.
E poi, un amico non ha il problema di aspettare un altro amico: quel vecchietto lo aveva aspettato imperterrito per ben sette anni e venticinque giorni: tutto per una sigaretta concessagli, senza badare che fosse l’ultima del suo stropicciato pacchetto.
Finito questo monologo interiore, Marcello fissò di nuovo il vecchio.
— Cacchio, vecchio! Oggi non ne ho da offrirtene di Merit! —
Ma il barbone oramai era concentrato a ripiegare un nuovo sacchetto.
Marcello sorrise e stette lì, in silenzio, per almeno un’ora, lasciando che il suo compare procedesse nel suo lavoro.
Poi si alzò e si incamminò lungo corso Buenos Aires col pensiero che Francesca, da qualche parte, lo stava aspettando: e adesso aveva tutto il tempo che voleva per cercarla.

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