IL CLACSON

Sergio amava Emilia.
L’amava così tanto che, dopo mesi di inattività, aveva accettato un lavoro che gli faceva veramente schifo.Sapeva tuttavia che, se non l’avesse accettato, l’avrebbe fatta soffrire troppo.
Da mesi, infatti, Emilia lo esortava a trovare qualcosa da fare, qualcosa che lo tenesse impegnato, invece che starsene stravaccato sul divano a guardare la televisione. E così, si era deciso a rispondere ad un annuncio trovato attaccato ad un semaforo sotto casa suo. Era uno di quegli annunci assurdi, messi lì quasi a caso, scritti su un foglio stropicciato a languire sotto il sole di una primavera fresca.
Sergio si era appuntato su un biglietto del tram usato il numero del cellulare e, fattosi coraggio, aveva chiamato un emerito sconosciuto che gli offriva un posto da corriere: unico requisito richiesto era di possedere un’automobile, e Sergio una macchina ce l’aveva. Il colloquio telefonico durò trenta secondi netti e andò a buon fine, anche perché la macchina lui ce l’aveva e di tempo libero ne possedeva in quantità industriale.
Conclusa la telefonata, Sergio era contento: lo era non tanto per se stesso, quanto piuttosto per Emilia, che all’infinito gli aveva detto delle cose giuste.
Forse, proprio per questo l’amava profondamente. Il giorno successivo arrivò la prima chiamata: sarebbe dovuto andare a ritirare dei fiori in un negozio del centro e consegnarli ad un indirizzo che non gli diceva niente, ma che aspettava una pianta o un mazzo di fiori.
Sergio, ricevuto l’incarico, si fece una doccia veloce, chiuse le finestre aperte, spense il televisore, prese le chiavi della sua Golf del 1987 e uscì, come sarebbe uscito un bambino il primo giorno di scuola dopo la fine delle vacanze.
Dopo essere salito in macchina, tirò un sospiro malinconico e chiamò Emilia. Emilia rispose dopo due squilli.
— Sergio! Cosa fai già sveglio a quest’ora? —
Sergio solo in quel momento si accorse che erano le nove del mattino, e constatò che forse erano mesi che non si trovava in posizione eretta a quell’ora.
— Ciao Emilia. La sua voce macinava parole come un frullatore scassato. —
— Sto andando a fare la prima consegna di quel lavoro che ti ho detto ieri sera. Te l’ho detto vero? Ho trovato un lavoro.
Emilia scoppiò in un’esultanza infantile.
— Ma Emilio! Non mi hai detto nulla! Sei il solito smemorato. È bellissimo! Che lavoro è? Quanto ti pagano? Ma è un lavoro pericoloso? Come ti trattano, Emilio? Il tuo capo è bravo? —
Emilia era diventata una mitragliatrice. Sergio appoggiò la testa al volante.
— Calmati amore mio. Non so niente del mio capo, di quanto mi pagano; non chiedermi neanche se ho firmato un contratto, perché non ho firmato nulla. Non so neanche il nome del mio capo, se me lo stavi per chiedere. So solo che oggi devo andare in centro a prendere dei fiori, o qualcosa del genere, e consegnare il tutto in via… beh, adesso non mi ricordo la via esatta, ma ho tutto scritto sull’agenda. —
Emilia scoppiò in una risata.
— Un’agenda? E da quando hai un’agenda? Ma quindi è una cosa seria! Ti sei vestito bene? Ti sei fatto la barba? Ti sei pettinato un po’, visto che l’altro giorno sembravi un micio appena uscito dalla centrifuga! —
Emilio non aveva ancora messo in moto la macchina e già cominciava a essere stanco del suo nuovo impiego.
Chiuse gli occhi un istante, come per addormentarsi. Il telefono gli cadde dalle mani e la voce di Emilia finì sotto il sedile.
— Diamine!, disse con un filo di voce. Poi alzò la voce, cominciando a raspare sul fondo della macchina.
— Aspetta Emilia! Mi è caduto il telefono! Aspetta che non ti sento! —
Quando trovò l’apparecchio, la linea era caduta e, con un misto di sconforto e sollievo, notò che la batteria del telefono era completamente al minimo.
Fu così che, in un secondo, il cellulare morì, insieme al sorgere della luce mattutina.
— Cominciamo bene — fu la sentenza che pose fine alla prima telefonata della giornata che, con molte probabilità, sarebbe stata anche l’ultima.
La voglia di Sergio di risalire in casa a prendere il caricatore era uguale e opposta a quella di accendere la macchina e iniziare una giornata di lavoro.
— Forse non sto prendendo troppo sul serio il mio nuovo incarico — pensò accendendo la macchina.
— Tra l’altro non è che sia un granché come lavoro, diciamocelo — disse questa volta a voce alta, forse per darsi una spinta a muoversi.
Nel frattempo, la sua Golf prese l’iniziativa e aveva cominciato a farsi largo in mezzo al traffico.
— Che palle! — fu l’ultimo commento di Sergio dopo che una Panda gli strombazzò in faccia, senza ritegno e senza alcuna ragione.
Al primo semaforo rosso cercò, brontolando, l’indirizzo del fioraio dove doveva ritirare la consegna.
— Via Pappalardo 11… bel nome per una via — protestò Sergio, immaginandosi una via lastricata di lardo untuoso.
Il negozio verso cui si stava dirigendo si chiamava “La fioriera”.
— Madonna che fantasia! —
L’ironia di Sergio, tuttavia, fu stroncata da un battibecco sorto con un ciclista, a suo dire “troppo a centro strada”. In realtà il dialogo non avvenne in maniera così signorile, anche se Sergio cercò di evitare di accalorarsi troppo per evitare che inutili chiazze di sudore gli rovinassero la camicia.
Di fatto, però, si trovò ben presto a sputare insulti a più non posso, evocando tutto l’albero genealogico dello sconosciuto sulle due ruote.
Ma tanto ferocemente scoppiò la rissa, tanto rapidamente ritornò la calma, dopo che ebbe svoltato in una via secondaria del centro.
L’asfalto era stato bagnato da un temporale notturno e le vetrine si specchiavano allegre nelle pozze languide e sui marciapiedi fradici. Sergio non sapeva bene la strada per raggiungere la sua destinazione, per cui si affidò ad un Tuttocittà che trovò incastrato, solitario, in una tasca della portiera.
Dovette così fermarsi qualche minuto davanti ad un passo carraio, nel tentativo arduo di districarsi tra le pagine della mappa cittadina.
Per prendere un po’ d’aria aprì la portiera e appoggiò il piede fuori dalla Golf. Con il dito scorse lungo le vie del Tuttocittà, finché individuò, a grandi linee, la sua meta.
— Ok! — pronunciò con un tono quasi vittorioso.
Stava per richiudere la portiera, quando una scarica di clacson lo fece sobbalzare. Dallo specchietto retrovisore, intravide una coda di macchine bloccate dalla sua automobile, sdraiata in trasversale sulla via.
— Dio mio! Dio Mio! — gridò, accompagnando le parole con una sventolata di braccia isterica.
— Ma dove volete andare così di fretta: non è mica il giorno del giudizio universale! Cosa siete inseguiti tutti dall’Angelo sterminatore? State forse sentendo le trombe del Angeli e degli Arcangeli? Ma vi credete forse di essere in coda verso la valle di Giosafat?! —
Stupito delle sue reminiscenze bibliche, sbattè la portiera, lanciò sul sedile posteriore la mappa della città, ingranò la retromarcia dando una raschiata epocale, e si rimise in viaggio tra gli sguardi assatanati degli automobilisti dietro di lui.
Sergio, più per il nervosismo che per altro, faticò non poco a trovare il fioraio e faticò ancora di più a trovare un parcheggio; tuttavia, sebbene stremato come dopo battaglia all’ultimo sangue, riuscì ad uscire dalla sua Golf.
Mentre si aggiustava un poco la capigliatura, non riuscì a non pensare ad Emilia che, sicuramente, in quel lasso di tempo eterno passato alla guida, l’aveva chiamato almeno un centinaio di volta al telefono.
— Già, il telefono. Che riposi in pace e custodisca e l’ansia congenita della mia povera Emilia. —
Questo pensiero lo accompagnò fedele fino all’entrata del negozio. Sergio stava per aprire la porta de “La fioriera”, quando un dubbio atroce gli allagò il cervello.
— Come faccio a dimostrare al proprietario che sono io il corriere che sta aspettando? Diavolo, non mi ricordo nemmeno il nome del mio datore di lavoro che, tra l’altro, non mi ha mai visto, dunque non saprebbe descrivermi! —
Sergio si fece pensieroso. Poi si illuminò d’improvviso.
— Ma che stupido che sono… il fioraio saprà di certo il mio nome e a me basterà mostrargli un documento! — e, in automatico, si toccò la tasca per sentire il portafoglio. Nuovamente Sergio si rabbuiò come il mare d’inverno.
Il portafoglio non rispondeva all’appello.
— Idiota!— gridò — Ma posso dimenticarmi il portafoglio oggi! Sono un idiota patentato!… Diamine la patente…, sono pure senza patente! —
Sergio si lasciò andare all’isteria e batté una zuccata contro la porta del fioraio.
La porta a vetri fu senza sentimenti e non mosse ciglio. Sergio batté un’altra testata contro l’entrata del negozio: a questo punto la porta si aprì e comparve un signore distinto che, con fare gentile, sorrise ironico al più improbabile dei clienti.
Poi, con una voce simile tronco di una quercia, lo ringraziò di avergli ricordato, in maniera virile, di attivare l’apriporta automatico.
Sergio, confuso e dolorante per le capocciate tirate al vetro d’ingresso, entrò barcollante nel negozio, balbettando scuse incomprensibili.
Il negozio era ordinato e bello: non che Sergio avesse molti elementi di paragone,  però, a alla vista, il locale gli fece molta simpatia. Il proprietario, inoltre, lo stava accogliendo con grande cortesia.
— Buongiorno, in che cosa posso servirla? —
E su Sergio calò il vuoto. Saranno stati i colori freschi di tutti quei fiori, sarà stata la gentilezza di quell’uomo, sarà stata la testa che pulsava emicranie a pioggia, sarà stata la nausea per quel lavoro urticante raccattato ad un semaforo sotto casa sua, ma l’unica frase che Sergio riuscì a pronunciare fu la seguente.
— Vorrei dei fiori, grazie. —
L’uomo che aveva di fronte lo squadrò per un istante, e Sergio si sentì come di fronte ad uno specchio.
— Beh, allora è entrato nel negozio giusto. —
La risposta risuonò in tutto il suo corpo. Sergio fu grato di sentirsi dire che era nel posto giusto: d’altronde era vero che doveva prendere dei fiori e allora si ricordò perché fosse proprio lì in quel momento. Tuttavia, preferì accantonare tutto e gli piacque l’idea di assecondare quel signore che gli stava parlando tanto amabilmente.
— Voglio i più belli — proruppe violento Sergio. Il fioraio ruotò su se stesso con agilità e continuò il dialogo.
— Allora, le propongo una pianta.
Sergio, trasformatosi in un’onda tempestosa, protestò.
— No, no! Voglio dei fiori: li voglio tutti colorati e profumati, che sprizzino gioia da ogni petalo! —
Il fioraio, però, aveva cominciato a spostare una foresta di vasi, fino a mostrargli una pianta, con un solo piccolo fiore, non ancora del tutto sbocciato.
—Ecco! Questo è quello che fa per lei. —
Sergio lo guardo stranito: la pianta era l’esatto opposto di quello che la sua immaginazione gli stava proponendo in tutti i neuroni.
— No! In questa pianta non c’è neanche l’ombra di un fiore colorato e profumato! —
— Insisto, rispose il negoziante e, nel mentre che parlava, gli si avvicinò fino quasi a sfiorarlo.
— Vede questa foglia? La sfido a trovarne una in tutto il negozio più verde e rigogliosa!—
Sergio, in un impeto furioso, cominciò a toccare e spostare tutte le piante esposte, come un segugio alla ricerca della sua preda.
Dopo qualche interminabile minuto, dovette ammettere che l’uomo aveva ragione; ma non accettò la sconfitta tanto facilmente.
— Va bene, sarà pure di un verde meraviglioso, ma io voglio i fiori! —
Il fioraio posò il vaso su un tavolo con un gesto teatrale, quasi a prepararsi ad un’arringa infuocata.
— Spunteranno, caro signore, e allora vedrà se non sarà soddisfatto! —
Sergio ritornò alla carica con nella voce un reggimento intero di ussari indiavolati.
— Ok, ok! Ma quando spunteranno? Mica posso regalare a… a …alla…, insomma ad Emilia dei fiori che, chissà quando, spunteranno! —
— Perché no? Vuole o non vuole i fiori più belli? Ebbene, i fiori che lei desidera sono qui, ne sta vedendo il nascere. Ci vuole solo un po’ di pazienza e, da quanto posso immaginare, la sua… Emilia, perdoni l’ironia, di pazienza ne deve avere da vendere. — Sergio ammutolì e pensò.
— È vero: Emilia ne ha di pazienza e aspetterà il tempo necessario a vedere lo splendore dei fiori. —
Poi tornò a guardare la foglia verde, che sembrava fissarlo dal tavolo su cui era. Quel verde gli fece trattenere il respiro.
— Va bene, la prendo. —
Dopo una decina di minuti uscì dal negozio.
In mano teneva una pianta come fosse un neonato. Si sentiva un po’ ridicolo ma, in fondo, era fiero. Anzi, era contento. Di certo, aveva perso il lavoro che, sogghignando tra sé e sé, riteneva comunque di non aver mai iniziato. Ma nonostante tutto, era contento perché aveva una cosa straordinaria da raccontare ad Emilia.
— Una cosa straordinaria, una cosa unica — continuava a ripetersi.
Così, con un po’ di fatica, salì sulla Golf, la mise in moto facendola tossicchiare e si diresse verso la casa di Emilia.
Adesso la sua guida era sicura, come il correre di un treno sui suoi binari: d’altronde, quella strada la conosceva bene e nessuno osò suonargli contro il clacson.

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