TUTTO QUI. Sante e suo figlio

Sante e suo figlio.

Sante si guardò le mani e si sfregò i pollici con gli indici. Percepì le impronte digitali e istintivamente sorrise.

Davanti a lui c’era suo figlio Giuseppe che stava facendo i compiti. Doveva colorare un orso bianco sdraiato sopra un ammasso di ghiaccio.

Sante sorrise nuovamente. Suo figlio era tutto impegnato con il bianco a colorare il foglio bianco. E stava pure attento ai confini neri che, a pensarci, l’orso bianco nella realtà non ha.

Ma in fondo era solo un disegno.

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CHE TIPO QUELLO, OH!

L’hotel era un tipico hotel, di quelli che si vedono nei documentari sul disagio sociale nelle periferie di Milano.

Caseggiato basso, al massimo due piani, colore giallo e tetto rossiccio, verdi le porte e speri reggano il peso della maniglia.

Nel cortile diverse macchine erano parcheggiate in ordine.

Un tipo sovrappeso e tutto sudato stava scaricando una valigia faraonica, scocciata con nastro adesivo marrone.

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LA PISCINA

La pelle cominciava a bruciarsi. Il sole si spalmava sul corpo con la sensualità del corpo di una donna.

Gli occhi di Andrea si socchiudevano al ritmo del battere di un picchio, nascosto in chissà quale anfratto del verde circostante.

Vicino a lui Valentina, la sua figlia più grande, si dimenava sulla sdraio alla ricerca di una posizione comoda: lottava contro quel sedile in plastica troppo duro e l’asciugamano bagnato troppo morbido. Il telo le si incollava alle gambette da adolescente e le lasciava quella quadrettatura irritante stampata sulla pelle rossastra.

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