CHE TIPO QUELLO, OH!

L’hotel era un tipico hotel, di quelli che si vedono nei documentari sul disagio sociale nelle periferie di Milano.

Caseggiato basso, al massimo due piani, colore giallo e tetto rossiccio, verdi le porte e speri reggano il peso della maniglia.

Nel cortile diverse macchine erano parcheggiate in ordine.

Un tipo sovrappeso e tutto sudato stava scaricando una valigia faraonica, scocciata con nastro adesivo marrone.

— Manco ci fosse un cadavere lì dentro! Magari c’è veramente, porca Eva.

L’uomo a fatica fece atterrare il carico sull’asfalto bagnato da una pioggia leggera che aveva rinfrescato l’aria due ore prima.

Cominciò a trascinarla, come un mulo una macina, non badando ai colpi che prendeva.

— Di certo non c’è della cristalleria.

Dopo essere entrato nella reception, uscì ancora più fradicio di sudore con il bagaglio a rimorchio, tenendo in bocca la ricevuta dell’affitto della camera.

— Vuole una mano mister?, gridò Filippo.

L’uomo stravolto fece segno di no, sbatacchiando le chiavi della macchina, che teneva strette nella mano sinistra.

Le mani sembravano due guantoni da pugile: le dita parevano uscire direttamente dal tronco tozzo delle grosse braccia.

— Che tipo oh!, uscì di bocca a Filippo che seguiva oramai da ore il traffico sotto la sua stanza.

Rientrò un attimo e prese dal frigo una birra.

La aprì e tornò sul suo palco che dava sul parcheggione.

Ora tutto era calmo.

Solo il volume alto di qualche TV rimbalzava tra le portiere chiuse delle auto. Nulla di che.

Dal piano di sotto una coppia si dava alla pazza gioia, per dirla educatamente. Certi acuti della signorina davano l’idea che lui fosse un vero e proprio torello.

— Che tipi oh! Almeno chiudessero le finestre. E se poi muoiono di caldo e si fondono sul letto? Eheheheheh. Già me la vedo la notizia sul giornale: Trovati fusi nel letto. Il caldo e il sesso colpiscono ancora.

Il ciccione di prima, intanto, trafficava nell’alloggio vicino al suo. E sì… alla fine era finito proprio lì. A qualche centimetro di cartongesso da lui.

Strani rumori premevano contro le pareti sottili dell’hotel.

— Cosa diavolo starà facendo?

Filippo era stuzzicato dalla curiosità. Quel ciccione lo aveva totalmente ammaliato.

Uscì dalla sua camera e si avvicinò alla porta del misterioso signore. La stanza era la numero 214.

Un rantolo fece sobbalzare il novello Indiana Jones, alla ricerca di chissà quale Santo Graal.

Appoggiò l’orecchio alla porta, come se non sapesse che se dall’interno l’altro avesse aperto la porta, lui sarebbe capitombolato dentro come un birillo.

E allora chissà quale scusa avrebbe dovuto inventare.

— Sono un idiota, sono un idiota, sono un idiota, si ripeteva.

— Che diamine sto facendo… ritorna nella tua stanza a leggere quel noiosissimo libro di racconti!

Di colpo un tonfo lo fece sobbalzare e andò a sbattere contro la parete dietro di lui.

Colpì un estintore che cadde per terra con un rumore assordante.

Cercò di rimetterlo a posto, ma l’unica cosa che riuscì a fare fu di farlo ricadere, questa volta dritto sul suo piede.

— Ecco il karma che mi ha colpito, pensò, trattenendo un urlo tra la carotide e l’ugola.

Tornò nella sua camera dolorante. Si mise del ghiaccio sul piede e tentò di respirare come un comune mortale.

— Maledetto ciccione. Te e la tua valigia del menga!

Ma cosa lo attirava così tanto del suo vicino?

Ci pensò su un po’… Non riusciva a venirgli in mente niente, se non che voleva vederlo da vicino. Non era troppo razionale come intuizione, ma si sa, l’intuizione ha qualcosa di magico e inspiegabile.

E poi chiamare quella intuizione, forse era un poco esagerato. Anzi, lo era di sicuro.

Ma d’altronde cosa può sperare un uomo che è da una settimana in un hotel sfigato, tra cimici e ragni, a mangiare pizza e hamburger in quantità giurassiche e a bere birra analcolica da schifo perché l’alcool gli stava da tempo traforando lo stomaco?

Ma soprattutto cosa può volere Filippo, dopo che Wanda gli aveva dato il benservito, dal momento che aveva bisogno di trovare forza per cambiare una vita divenuta una palla mostruosa.

— Grazie della stima, le aveva risposto Filippo.

E dopo aver preso il suo impianto home theatre, le aveva spaccato il televisore al plasma con un calcio degno del miglior Bonimba.

Per il resto aveva abbandonato il suo, di lei, alloggio sbattendo pure la porta.

Ci ripensò ora:

— Perché era andata a finire così?

Che tipa quella, oh! Ma per chi mi aveva preso? Per uno di quelli che portano a casa 100.000 euro al mese, portano la fidanzatina alle Eolie a Natale, in Sardegna a Pasqua, e d’estate tutti in villazza lungo Daytona Beach.

E poi magari, durante la settimana, pioggia di regalini, coccole e filmettini alla sera tutti abbracciati sulla pelle del grizzly canadese?!

Ma sparati, te e la tua palla mostruosa di vita. Cacchio devo fare qualcosa non ha più senso nulla, merda!

Cominciò a caracollare per la stanza in cerca di qualcosa che potesse … farlo vivere o quanto meno sopportare di vivere.

Sferrò un pugno contro il muro.

Un quadro sulla parete opposta cadde a terra, come una foglia d’autunno.

Filippo si spaventò della sua azione assurda.

Di colpo si accorse che il suo vicino di stanza aveva iniziato a russare pesantemente ed ebbe un pensiero assurdo.

— Il ciccione, è la mia unica speranza. Sì sì il ciccione!

Quasi ipnotizzato, uscì dall’appartamento sulla balconata comunicante con le camere di tutto il piano e si spostò fino alla finestra della stanza 214.

La finestra era socchiusa: era una di quelle finestre a scorrimento.

Sbirciò dentro e lo vide.

Un moto innaturale lo fece scavalcare l’infisso e si trovò, senza averlo neanche deciso, dentro la stanza.

Tutto era in disordine, compreso il valigione, buttato in un angolo.

Filippo tremava, ma si avvicinò all’omone che dormiva. Un po’ gli faceva senso: quello era in mutande e canottiera e la trippa debordava ovunque.

— Dio mio che panza! Ma, che ci sto a fare io qui, che idiota!, pensava tra sé e sé.

— Cosa può darmi questo essere. Si infilò le mani nelle tasche alla ricerca di un consiglio, di un suggerimento.

Ma nulla.

Accarezzò solo il telefonino che si trovava nella tasca destra.

— Ma certo! Adesso mi faccio un selfie col suo faccione, si sussurrò delirando.

Sghignazzò alla sola idea.

— Ci vuole qualcosa di ardito!

Così Filippo accostò delicatamente il suo visino esile al faccione dello sconosciuto, con un equilibrismo da funambolo.

Fece fatica a far entrare le due facce nello schermo, ma dopo un po’ di tentativi trovò la posizione perfetta.

Sorrise in maniera alquanto sboccata e… 1, 2… al tre vide nello schermo la sua faccia da scemo e due occhi sbarrati.

In una frazione di secondo, capì che tutto stava per precipitare.

L’ultima cosa che vide fu una mazza da baseball firmata Red Socks che puntava direttamente alla sua fronte.

Brad, così si chiamava il ciccione, con un balzo ippopotamico, aveva preso la mazza da baseball da sotto il letto, e la fracassò sulla testa di quello sconosciuto, che cadde, sanguinante, alla sua sinistra.

— Ma che diavolo sta facendo ’sto rimbecillito. Che tipo oh!

Gli frugò nelle tasche e vide le chiavi della stanza 213.

— È un pazzo sto grissino sfigato. E adesso che cosa faccio!?

Disfarsene, pensò immediatamente.

S’alzò pesantemente e trascinò il suo vicino fuori dal suo appartamento.

Aprì la porta della 213 e lo buttò bruscamente, così com’era, con la faccia mezza spaccata, sopra il letto.

Prese una bacinella, la riempì d’acqua e la rovesciò sul misterioso assalitore.

Questo riprese i sensi e i loro occhi si incrociarono.

Brad era come un selvaggio di fronte ad un alieno. Filippo era talmente frastornato che pensò di essere finito in qualche paradiso di obesi.

Brad per primo aprì bocca.

— Ehi grissino che volevi fare?

Filippo in un quarto di centesimo di secondo rivide la scena precedente e, con il sangue che gli colava dalla testa, rispose.

— Oh che tipo che sei! Mi hai quasi distrutto il cranio porco cane! Era dai tempi del liceo che non mi beccavo una tranvata del genere: sai facevo l’ala nella squadra di rugby…

— Ma non me ne frega un emerito zero della del tuo revival scolastico! Se per questo io ero in mischia e di botte ne ho date a grappoli. Poi un infortunio mi ha trasformato in una mongolfiera e ora mi trovo a vendere rasoi elettrici e piastre per i capelli… ma che cacchio te lo racconto a fare! Che te ne frega della mia vita, porco Giuda!

— No Ciccio mi interessa. Erano settimane che non parlavo con qualcuno.

— Ma guarda che tipo oh. Non è che sei uno di quei pazzi frustrati e depressi che poi si trasformano in serial killer perché non trovano niente di meglio da fare!?

— No no. Stai calmo. Era solo per dire.

— Era solo per dire cosa, grissino! Che diavolo ci facevi vicino al mio muso 1 minuto fa! Tipo ultima foto del carnefice con vittima. Occhio a come mi rispondi o faccio un fuori campo con la tua testa.

E gli puntò la mazza alla fronte.

— Ehi ehi ehi ehi! No ti prego!

Filippo trattenne il fiato e chiuse gli occhi per pensare cosa rispondere.

E disse la verità.

— Volevo solo che succedesse qualcosa. Qualcosa di vero. Sono settimane che… insomma quando ti ho visto ho detto: Che tipo quello oh!

Mi ha colpito la tua valigia, la tua fatica, il tuo sforzo titanico, la tua ciccia. Ho anche riso di quella… scusami. Volevo solo che qualcuno mi parlasse; qualcuno con cui fare un selfie:  sai di solito tra amici si fanno ’ste cose.

Brad abbassò la mazza da baseball.

Poi rise di sana pianta.

Di un riso liberatorio e tutta la sua trippa traballava allegra. I due si guardarono, come si guardano… non sapevano bene come; ma si guardarono.

— Ok smilzo. Tutto a posto. Scusa per la mazzata, ma mi hai spaventato porca zozza!

Andiamo all’ospedale dai, nel frattempo mi racconti un po’ di quanto correvi forte. Sappi comunque che io ti avrei picconato al suolo come una carota.

Filippo si alzò.

Sembrava uscito da un film di Tarantino, ma era in piedi. E aveva voglia di camminare e forse anche di correre.

 

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