Steve e’ un nome leggendario

Steve è un nome leggendario per tanti motivi.
Per Steve, l’impiegato del settimo piano dell’ufficio Gilt & Brothers a Buffalo, lo era perché suo padre aveva associato da sempre quel nome ad una partita di basket americano Santa Monica e Arizona, del 1992.
Nella squadra di Santa Monica giocava un atleta di nome Steve Nash, un biondino sfregiato da brufoli e tic all’occhio destro.
Nei quaranta secondi finali combattutissimi della partita in questione, questo biondino ebbe la faccia tosta di infilare sei tiri liberi su sei, con la scioltezza di chi getta noccioline alle scimmiette allo zoo.
Santa Monica naturalmente vinse e andò da sé che Steve Nash divenne un mito.

Il nostro Steve, di quello Steve leggendario, aveva solo qualche ciuffo biondo.
Per il resto lavorava in una ditta di recupero crediti e passava le giornate a scrivere rapporti insignificanti su un macchina da scrivere. La particolarità era che solo lui usava un tale aggeggio da antiquariato, mentre tutto il resto dell’ufficio era già fornito di PC.
Sul perché di questa strana decisione, nessuno sapeva dare una risposta. Forse era stata solo sfortuna o magari il caso aveva voluto proprio che andasse così.
Steve, dal par suo, non se ne era mai fatto un problema: spicchiettava solo un po’ troppo rumore quando pigiava i tasti, ma in fondo doveva solo scrivere relazioni inutili.
Col tempo si era addirittura affezionato a quella macchina preistorica.

Mentre tutti, in un silenzio da acquario, lavoravano e si muovevano, lui sembrava un piccolo martellino che scalpellava su fogli bianchi. Gli errori non erano permessi e quando riportava il tamburo al suo posto con un fracasso circense, anche gli armadi dell’ufficio sorridevano.
Con lui che lavorava, sembrava che una pioggerella rimbalzasse incessantemente sulle scrivanie degli impiegati e quel suono inquieto, ma pacato, rinfrescava l’ambiente biancastro dello stabile.

Anche Steve era pacato e inquieto: pacato, avendo visto per anni sferruzzare a maglia sua madre, seduta su una sedia di paglia vicino alla finestra; inquieto, perché il padre aveva intriso le sopracciglia del figlio di una insicurezza ancestrale, che solo la sua macchina da scrivere sapeva incanalare in binari sicuri.
L’Olivetti 90 azzurra, questo era il modello della ferraglia che aveva in dotazione, lo aiutava docile a limare le parole, con la sua cinquantina di tasti belli solidi, dal suono metallico e preciso.
Così, in compagnia di quell’oggetto fuori da ogni logica, la sua inquietudine spariva: scrivendo insieme a lei, era lui che stava scrivendo e prendeva una consistenza sicura sentendosi felice.

Il caso volle che, un giorno come tanti, i suoi due occhietti si fossero alzati mollemente sopra le teste dei colleghi e avessero indugiato un po’ più a lungo del solito sull’orizzonte del suo piano.
Gli apparvero le solite teste calve, i soliti ciuffi ribelli, i soliti riporti strozzati, i soliti riccioli nerboruti e le solite ciocche libere: il tutto annegato in una marea bianca neon, colorita qua e là dal sole delle undici. Era un sole freddo ma brillante, capace di intrufolarsi giocoso fra i capelli delle decine di suoi colleghi.
Steve, in quell’istante, si divertì a immaginarsi i volti di quelle nuche ricurve: volti accigliati, annoiati, concentrati, ma anche tristi, pensierosi e speranzosi.

Fu lì lì per scoppiare in una fragorosa risata, quando, di schianto, si trattenne.
Notò infatti, quasi infastidito, un caschetto castano emergere, con incastrata, simile ad una corona di spine, una matita tutta mangiucchiata.

Steve abbassò gli occhiali, che di solito teneva sulla fronte mentre lavorava, per osservare meglio: mise a fuoco un visino tondo di donna che subito si sentì osservato e che fece roteare gli occhi in alto per scoprire da chi fosse spiato.
Nel frattempo la macchina del caffè al fondo della sala compose un sinfonia gracchiante.
Steve si illuminò: quel caschetto apparteneva a Barbara, una ragazza sulla quarantina. Era la segretaria del signor Prater, un pezzo grosso dell’azienda, uno di quelli sempre corazzati di camicia bianca perennemente stirata male.

Barbara si accorse di Steve e gli accennò un sorriso imbarazzato, ma cortese. Steve rispose schiacciando due tasti a caso sulla macchina da scrivere. I due errori risuonarono scherzosi e un neon frustrato lampeggiò sopra la sua testa.

– Diamine!, sussultò Steve, facendo cadere il bianchetto pronto a intervenire per correggere la distrazione.
Quell’imbarazzo così cortese lo aveva messo in crisi.
Era l’imbarazzo cortese più bello che avesse mai visto.

Steve si alzò dalla sua postazione per raggiungere il boccione dell’acqua a metà sala. Gli era venuta una sete africana.
Mentre l’acqua scendeva nel bicchiere di plastica troppo piccolo, le bolle del boccione rimbombarono quasi fossero un Boeing in fase di decollo.
Si vergognò terribilmente del frastuono che stava generando e così impugnò con troppa foga il bicchierino, facendo tracimare l’acqua che cascò sulle sue scarpe nuove.
Il gracidare della plastica stretta tra le sue mani furono l’apice del caos.

– Torna al tuo posto Steve, torna al tuo posto Steve, cominciò a ripetersi l’uomo.
Oramai qualcosa di irreparabile stava capitando nel suo mondo di impiegato, sebbene Steve fosse tornato composto a sedersi al suo posto.
Tutto gli sembrava estraneo o, almeno, completamente nuovo.

I tasti della macchina bruciavano.
Le stampanti dell’ufficio attendevano file da produrre.
Il neon sulla sua testa aveva ricominciato a pulsare ad intermittenza.
Steve era di pietra.
Quello sguardo rapito a Barbara lo inquietava, e quando Steve diventava inquieto aveva solo una cosa da fare: scrivere a macchina.
Ma adesso, ogni tasto gli si mostrava come un battito di ciglia della ragazza in fondo a destra.
Se guardava tutta insieme la tastiera, riviveva in continuo la frazione di secondo in cui, lei e lui si erano osservati.
Un incubo dolcissimo.
La tastiera si tramutava in continuo nel volto di quella ragazza di cui non sapeva nulla, se non che si chiamava Barbara e che aveva un bellissimo caschetto, di cui ora non si ricordava il colore, ma che di sicuro doveva essere bellissimo.Steve, hai scritto la relazione che ti ho chiesto venti minuti fa?
Questa era la voce del suo capo, il dott. Flant, una persona gentile e puntigliosa.

– La sto finendo dottore, qualche minuto ancora e sarà sulla sua scrivania.
La risposta al suo capo fu frutto di un meccanismo automatico: Steve non sapeva ancora che quella relazione non l’avrebbe mai finita.

Steve cercò di radunare nella testa tutte le informazioni sulla ragazza.

Barbara era la tipica impiegata da ufficio: era puntuale, ordinata, efficiente e si distraeva poco.
Non era molto alta di statura, ma da subito aveva annotato quanto fosse veloce a scrivere alla tastiera di un computer. Quando lavorava, le dita cantavano. E forse questo canto, insieme al caschetto castano, stavano invischiando Steve in un labirinto troppo complesso per lui.

Steve era venuto a sapere tardi che Barbara si chiamasse Barbara perché non si era mai interessato di scoprirlo e solo ora cominciava a chiedersi il perché di tanta negligenza.
Ma il problema adesso non era tanto quanto tempo avesse impiegato a scoprire il suo nome. Il problema vero, ora, era che, tra le decine di tastiere che brontolavano quella mattina, sentiva solo il rumore della sua, quella di Barbara ovviamente; e questa cosa faceva sì che non riuscisse a concludere più nulla, nemmeno lo stilare la sua misera relazione per il dott. Flant.
A questo increscioso impedimento, si aggiunse rapidamente un bisogno impellente: comunicare alla fanciulla che lui esisteva e che da circa dieci minuti l’epicentro della sua esistenza si era spostato attorno alla scrivania di lei.

– Non ci si può innamorare così!, stava per gridare Steve.
Eppure stava andando proprio così, e Steve dovette arrendersi.
La sua resa incondizionata coincise con uno starnuto di qualcuno alla sua sinistra.
– Triste coincidenza, meditò Steve.

Steve, perso nell’indecisione più paralizzante, si appoggiò allo schienale della sua poltrona da lavoro e sbuffò. Poi picchiò violentemente sul tasto “?”.
Il suono vibrò come un grido disperato.
Barbara, incredibilmente l’unica tra tutto il personale, alzò la testa. Steve vergognosamente felice di aver attirato la sua attenzione, sprofondò quasi sotto la scrivania.Mi ha sentito!?, sussurrò immobilizzandosi.
Da una posizione scomodissima, schiacciò più volte la barra dello spazio, come per regolare il respiro.
Gli venne voglia di correre, ma non poteva farlo evidentemente: sentiva, tra l’altro, vivo il respiro del dott. Flant che, in qualsiasi momento lo avrebbe potuto interpellare.
Batté a caso qualcosa sulla macchina per dare l’impressione di lavorare; cambio riga anche qualche volta per dare più senso alla sua attività. Non osò controllare cosa avesse scritto. Infine schiacciò “.”.
La sua coscienza di lavoratore era stata facilmente ingannata, come forse anche quella del dott. Flant.
E proprio in quell’istante scattò qualcosa in lui.

Si mise comodo sulla sua postazione, cambio foglio con la classe di un maestro d’orchestra, e cominciò.

Quello che capitò nel minuto e mezzo successivo, fu incomprensibile ai più.
Lo stesso Steve non si rese conto del fracasso che fece: con una naturalezza infantile aveva dato via alla sua prima Sinfonia per macchina da scrivere e orchestra.
Per circa novanta secondi le dita dell’impiegato Steve Collman colpirono i tasti della sua Olivetti come nessun altro nella storia aveva mai osato fare.
Tutte le tastiere dei computer dell’ufficio abbassarono come d’incanto il volume, permettendo l’emergere del ticchettio meccanico, monotòno e allo stesso tempo calorosamente tinto di sfumature nascoste di una gloriosa Olivetti azzurra.
Perché ogni tasto, schiacciato in un certo modo, con una certa pressione, con una certa durezza o dolcezza, per un tempo infinitesimale o un una frazione più lunga, con foga o passione o rabbia o classe, così tanto per schiacciare o con virilità o coscienza, fa la differenza: eccome se la fa!
E tutto ciò Steve lo sapeva benissimo.
Lo sapeva benissimo, anche se non sapeva parlare bene, anche se non sapeva scrivere bene, anche se non conosceva tante parole, anche se non aveva una creatività originale o artistica né un tono carismatico o romantico.
Ma quando l’impiegato Steve metteva le mani sulla sua Olivetti azzurra, allora sì che tutto ciò che contava lo conosceva bene.
E quando alla fine staccò il foglio dal rullo e si alzò, solo Barbara, con il suo caschetto castano illuminato da un neon difettoso e un’invisibile lacrima adagiata al limitare della guancia destra, osservava stranita quell’uomo che le si avvicinava con tra le mani un foglio umidiccio scolpito dalle seguente lettere:

MdkcidjdkKsmsmK. Djskdkd V V d e g e a e f c
Mdkck iirieo2929 (. J. ) p99002. M??? ????? ,,,!, , , , , ,!! , !!! Koosmxmxk===+&**
% z z z a. W % z. – djjjjw. A. 2. W. Se d d. W. % z z z s<. >< <\ //…… ** jazz//. B b bmd. A dns è end end end nnnd nn nnjduuueieici m a q. W sjskdkkkkck,
S e i b e l l i s s i m a.

Barbara, che non sapeva chi fosse Steve, prese il foglio dalle mani di Steve.

– Grazie, rispose con un filo di voce.
Il neon lampeggiò di nuovo sulle loro teste, ma adesso Barbara aveva scoperto chi era Steve.
Steve, tutto impettito, si sentì leggendario, senza aver mai tirato un tiro libero a dieci secondi dalla sirena.

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